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Emilia paranoica

Posto che la frase “ah, ma sei scampata all’Aquila? Beh allora figurati se ti ricapita. Camperai cent’anni!” porti una sfiga atomica, mi ritrovo nolente (volente per ben altre ragioni) a riviverlo.

SI. Perchè l’Aquila, evidentemente, non mi era bastata. Perchè “il primo amore non si scorda mai” e tanto per essere fortunati e inconsapevolmente masochisti a volte le brutte esperienze ritornano, per essere ricordate e per ricordare quanto ci si lascia alle spalle e quanto si decida di portarsi dietro.

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Da studente fuorisede, trasferito, paranoico e ossessivo-compulsivo ti aspetti solo tranquillità.

Mi correggo: la pretendi. Ma non come Raf, che lo cantava sui palchi pretendendo la fama sulla scia banale del sentimentalismo pseudo-erotico, la pretendi totalmente, con tutto te stesso, senza compromessi di genere e di sorta.

Ed è quando viene tradita l’aspettativa che ti scontri con la realtà: le percentuali, la statistica, la “fortuna” o il destino fanno parte solo di Topolinia (o di un testo della Amoroso). Non di questo pianeta. Non qui, dove se sopravvivi a un terremoto che, ben inteso, ha lasciato vittime più per negligenza umana che per tragedia naturale, non è detto che non si possa rivivere, ripresentare o farsi sentire.

La cosa più bella, caratteristica di certi momenti, quando a Parma arriva di sottofondo, quasi strisciando, una scossa crescente, sono le espressioni con cui mi guarda subito dopo chi mi è accanto in quel momento. Chi sa “da dove vengo” e “cosa ho passato”. Mi guarda come se da un momento all’altro possa prendere il cane e lanciarlo dal balcone improvvisandomi Joe Di Maggio, cosi, come se fossi colta da un raptus di follia improvvisa. Non capiscono, i novellini, che al ripresentarsi di un evento emotivo del genere, che ti ha lasciato spiazzata già una volta, con cui hai dovuto lottare e lasciare il campo di battaglia per rifarti di illusioni altrove, l’unica cosa che l’adrenalina è in grado di stimolarti è l’ansia. Ma non un ansia da

“pre-esame”, quella nervosa, invadente, che ti fa mangiare le unghie e urlare con il vicino di casa in mutande. Quella subdola, sottile, che si insinua piano dentro e ti spegne. Che non ti fa dormire dandoti comunque un’apparenza tranquilla, posata, consapevole, quando alla fine non è che hai raggiunto l’illuminazione, il “nirvana” beneamato. La verità è che non te ne frega una cippa lippa di quello che ti succede intorno. Apatia totale. Perchè pensi che tanto, comunque vadano le cose, è tutto inutile. È tutto superfluo. Pensi che sia inutile inventarsi delle rassicurazioni, dei progetti, dei modi di reagire. Il vademecum di “cosa fare durante il terremoto”. Gran cazzata. Perchè non  lo fanno di “cosa fare dopo un terremoto”? Quando nessuno può darti la certezza che non lo rivivrai? Quando i sismologi e i geologi (tutta brava gente, per carità) fanno gli splendidi dopo, e tu vorresti solo dirgli:”ma farvi un account su twitter? Che quando avete dei dubbi magari ce lo postate cosi, all’amicizia, e con un hashtag si salvi chi può?”

Per non parlare poi della solita masnada di pietà mista a banalità melanconica, densa di esibizionismo gratuito da far sfiatare sul momento usando tg locali che si improvvisano talk-show con sprovveduti cittadini spaventati che confondo la vita privata con la cronaca reale dettagliando tutto. Incluso il loro dormire con seguito di stupore al risveglio per non aver “percepito nulla, com’è possibile?”.

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Nella mia patologica indifferenza l’unico pensiero che valga la pena di non essere considerato cinico e disfattista va alle vittime (nuove) di questo sisma.

Cosa avranno pensato? Cosa stavano facendo? Gli daranno delle direttive minime su come ricostruire una vita spesa al risparmio? Avranno il coraggio di rimettersi in piedi e di guardare con voglia di ricominciare le macerie rimaste? Sposteranno le loro vite “altrove”?

Intanto io, anche se ancora ventenne, tesa tra una nazione incapace di costruire ma che illude di saper ricostruire e i tagli alla ricerca e al lavoro perdo progressivamente la capacità di guardare al domani.

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