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Liberaci dal male

“Ecco, lo vedi quel nero sulle case? E’ il fumo. La vedi quella nube nera lì? Si si, quella che esce da quei tubi a strisce. E’ il fumo dell’ Ilva. Sporca le case. Immagina respirarlo.”

Ogni volta che si passava da Taranto, mia madre, mi diceva cosi.

E ogni volta che io torno li, nella città dove sono nata, io mi dico le stesse cose. Ogni volta che il pullman la attraversa, ricordo queste frasi. E ogni volta che ci ritorno prima di vedere il porto, il mare che nonostante tutto riluce tradendo con coraggio le aspettative e gli alberi di ulivo alle porte io quel “fumo”, quell’odore lo sento.

La crudeltà dei ritorni è proprio questa: ci si illude che il paesaggio sia nuovo a suo modo ogni volta che ritrova noi stessi perchè noi siamo diversi. In qualche modo ci illudiamo che sia cosi. L’aspettativa tradisce perchè ritrovi quell’odore, quel paesaggio che sembra rimanere li, quegli ulivi ancorati al terreno. Immobili ancora.

Il ritorno tradisce perchè quando vai via e sei lontano e c’è la neve dove sei e ti senti diverso quel fumo ti raggiunge. Ti tocca. Ti sporca. Ti tocca con la cronaca nera, la cronaca politica, la cronaca ambientale. Ti tocca con la malattia, gli scontri e i suicidi.

Ti tocca con la resa di chi dovrebbe ancora sperare, di chi ha il diritto di illudersi prima di poter partire e sceglie di non farlo piu’, di chi abbandona e si abbandona.

A diciannove anni, quando avevo ancora tutta la sculettante sicurezza davanti, io spiegavo le ragioni del mio andare via. Io dicevo “tornerò”, e lo dicevo credendoci non immersa ancora nella vita che inconsapevolmente ho finito con lo scegliere.

Il ritorno tradisce perchè ritorni e ti senti colpevole, sei lontano e ti senti impotente. 

E quando leggo e ascolto cosa si dice nella città dove sono nata, cosa fanno, come e se lottano, se soffrono io questo ritorno mancato lo sento. Perchè a vent’anni non può esser presente nella lista delle alternative smettere di vivere. E io mi chiedo ancora quanto possa essere evoluta una società che ti volta le spalle e che la speranza non te la da.

Taranto è, e il rione Tamburi è una “zona di frontiera”:  la vita, il futuro, il lavoro la formazione sembrano ovattate. Una eco lontana.  Il paradosso delle tragedie quotidiane, piccole e di quelle grandi è il consumarsi a ridosso di una scuola e di un teatro, luoghi destinati a dare se non risposte almeno speranza, soprattutto ai giovani. Necessariamente ai giovani.

E io che sono lontana, la chiusura precaria dell’Ilva l’ho festeggiata. Ho immaginato un cielo senza fumo e case vivibili, terreni coltivabili e bagni lungimiranti. Perchè non è conciliabile la voglia di creare con un suicidio di massa. Non è ammissibile accettare un pluriomicidio programmato barattandolo con la sicurezza del posto fisso. E non è concepibile rimanere schiacciati in una città che vive di luce riflessa dai giornali, dalle inchieste, dalle ricerche e non si preoccupa del suo avvenire. 

Sentire che ti “manca il terreno sotto i piedi” e scegliere di smettere di cercarlo.

Adriano Sofri scrive: “”Alle dieci e mezza di sera del 2 febbraio una ragazza di 22 anni si è tolta la vita a Taranto, nel rione Tamburi. Si è impiccata alla ringhiera di un balcone in via Grazia Deledda. E’ la via della scuola elementare che occupa le cronache perché ospita 400 bambini e si trova a ridosso dell’Ilva, sotto le sue fondamenta corrono tubature dell’Ilva non segnalate dalle mappe, il suo tetto e le sue aiuole sono invase dalle diossine, l’aria che vi si respira è intrisa degli aromi degli IPA. A pochi metri da lì c’è la bella sede del teatro TaTà, che ha scelto di operare dentro il rione più colpito dai veleni dell’acciaieria. Il sabato sera è il momento dello scialo per i giovani di Taranto: basta avere più di trent’anni per sentirsi fuori posto nelle strade del centro. Si può averne solo 22, e sentirsi fuori posto a questo mondo.” Immagine

 

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