Ormonauta

La morte ti fa “bello”

ovvero  Andreotti: come si è visto e com’era davvero.

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Quando vidi per la prima volta, a cavallo tra la mia infanzia e quell’orrido periodo che le sopraggiunge, il film diretto da  Robert Zemeckis “la morte ti fa bella” pensai senza esitazioni che fosse un capolavoro.

Quello che sarebbe poi diventato un vero cult del cinema.

Il concetto che la morte stessa con l’evidente ed inevitabile decadimento fisico potesse fermarsi lasciando intatta e imprigionata l’anima continuando a vivere in un tempio costruito a botte di cipria e mascara era rivoluzionario, nonostante la ripresa Wildiana di un ritratto che invecchia lasciando, invece, intonso il corpo.

Quello che non avevo immaginato era la creazione di un detto che, mio malgrado, ho visto crescere e diventare una verità indiscutibile nel corso degli anni: la morte ti fa bello.

Nè mi sarei mai aspettata di sentire l’apologia (una volta trapassati) di personaggi inquietanti e sinistri in nome di ricordi mal interpretati e peggio rivissuti. Parlando chiaro: Sallusti questa arringa sul “supereroe” mancato passato a miglior vita compianto da tutta italia se la poteva evitare.

Andreotti era una persona che mentre le violenze, le sopraffazioni e le ingiustizie del potere ferivano per sempre l’anima del Paese, ne godeva i vantaggi quasi con pudicizia, convinto, forse non sempre a torto, che i costi umani fossero sempre inferiori alla prosperità economica di cui il Paese godeva

La sua era una recita, ma una recita grigia, sottotono, tagliata di tanto in tanto dalle sue famose battute ironiche e ciniche simili a squarci di luce in un pesante sipario nero dietro il quale accadeva quello che conta davvero.  

In quegli attimi di piccola violenza verbale Andreotti mostrava probabilmente il suo vero sé, ai suoi, agli avversari e a chiunque fosse in grado di leggere fra le righe. Messaggi in codice per iniziati mentre andava in scena la liturgia popolare del leader assennato e moderato che difendeva il Paese dai comunisti. 

Rispetto alla nuova generazione di burattinai Andreotti non aveva un ritratto in soffitta che invecchiava per lui, portava addosso le sue colpe e affrontava il conflitto con gli oppositori. Non ha mai pagato per questo, ma almeno ha corso rischi che i leader di oggi e del domani non correranno più.

Di lui sarebbe significativo e importante ricordarlo (davvero) per una delle sue tante lapidarie citazioni: “a pensar male si fa peccato ma si indovina”.

Chi altro può riuscire mai a descriverlo davvero se non egli stesso?

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