IT è (ancora) un capolavoro generazionale. Ve lo dico io.

Vedere il remake di un film cult  preso da un libro altrettanto cult è come costruire un mobile Ikea: sembra semplice ma sarà difficile, emotivamente toccante e a tratti doloroso.  Per questo quando mi sono seduta sul sedile del multisala, difronte al maxi schermo, mi tremavano le ginocchia: mesi e mesi di hype e paranoie destinate a dissiparsi in un paio di ore.

IT863789.jpg

Il nuovo IT è un horror fatto ad arte, preciso, ben cadenzato nei suoi “jumpscare” e nei momenti di tensione, una pellicola articolata tra scene mozzafiato e analisi introspettive, che rimane ancorato alle paure classiche sapendole rivisitare (la ripresa delle movenze grottesche usate negli horror coreani di nuova generazione è un esempio di come anche il concetto di “terrore cinematografico” possa evolversi e cambiare con gli anni)

Nonostante lo scetticismo della critica, Andy Muschetti ha saputo ricreare e far rivere l’ansia dell’adolescenza e le sue angosce senza stucchevolezza, con le sue contraddizioni e le poche certezze in un’età che, come disse King stesso “si smette di credere a Babbo Natale ma hai ancora paura che ci sia qualcosa ad aspettarti sotto il letto, al buio”.

Non è solo questione di budget, di sapiente sceneggiatura già collaudata o di clichè horror: Bill Skarsgård è uno strepitoso Pennywise, a tratti affabile e aggressivo quanto basta, mai bidimensionale o scontato, a differenza del clown rappresentato da Tim Curry è un cattivo misurato, subdolo, che mostra bene la sua malvagità dosando ogni espressione. Di lui il regista dice: “Il personaggio ha un comportamento infantile e dolce, ma c’è qualcosa di molto perverso in lui. Bill ha questo equilibrio. Può essere dolce e carino, ma sa anche essere abbastanza inquietante”.

Pennywise-1-1

Il punto forte non è solo la caratterizzazione del “villain” per eccellenza, ma una rete di intese ed intrecci emotivi in cui si rimane letteralmente intrappolati: non puoi fare a meno di simpatizzare per il gruppo dei “perdenti”, i 7 ragazzini riportati sullo schermo in una pigra estate tipicamente anni 80′, non si può fare a meno di riconoscersi in loro: disadattati, spesso fuori luogo, degli imbranati cronici inascoltati e incompresi.

Ciliegina sulla torta è la scelta del pezzo “Dear God” degli XTC, che spezza il climax di angoscia e paura del film riportandolo ad una dimensione umana, con l’intento sottile di mostrare le insicurezze e le incomprensioni interne alla comitiva.

Se avessi avuto un euro per ogni volta che da ragazzina ho corso in bici verso posti sperduti a fare giuramenti, combattendo mostri e bulli di quartiere, a quest’ora un mutuo non sarebbe un problema. Sembra estremamente banale, ma la forza di questo film, di questa miniserie tv, di questo libro, è tutta qui: IT parla di noi, ci arriva come uno schiaffo, senza preavviso o preamboli ci ricorda ciò che abbiamo lasciato, ciò di cui avevamo paura, ciò che dovremmo combattere senza sosta o scusa che tenga.

maxresdefault

Gli adolescenti che picchiano a turno la creatura spaventosa nelle fogne eravamo noi, qualche anno fa, con i nostri sogni a farci da scudo. Gli adulti di Derry complici nella loro indifferenza siamo noi adesso, disillusi e rassegnati, barricati nei nostri salotti vintage.

Annunci

Perchè Sanremo tira fuori il peggio di noi.

Non importa che voi siate impiegati con velleità da scrittore o imprenditori fissati con il marketing estremo, vi sintonizzerete comunque su Rai 1 per guardare quello che da sempre è la cartina di tornasole della fauna artistica nazionale: il festival di Sanremo non risparmia nessuno.

Basta scorrere la home di un qualunque social per rendersi conto di quanto la settimana del Festival ingombri il profilo di tutti. Ognuno ha da dire la propria, ognuno ha il suo personalissimo modo di recepire i pezzi in gara, giudicare la presentazione delle serate e la conduzione del programma.

Senza remore e senza rimorsi.

blogdilifestyle_44bcbddd73806658c32edf3724b2bb6a

 

gabriel-garko-sanremo-2016

L’impatto dei social nella vita quotidiana crea una combo invincibile tra “questo lo avrei cantato meglio pure io” e “quanti soldi hanno speso per fare sta cagata?” degli italiani, un’antologia di commenti ridondanti e riflessioni istintive sparate come proiettili su una folla di ribelli. Il problema, in realtà, non è mai la qualità intriseca del lavoro di direttori artistici e degli artisti presi di mira ma l’importanza che la gara sembra avere per tutti, tanto da scomodare articolisti di testate giornalistiche piuttosto serie, opinionisti con anni di gavetta alle spalle e politici benpensanti, basti pensare che anche un tema caldo e delicato come quello del ddl Cirinnà sembra discusso e combattuto dal palco dell’Ariston a colpi di frange colorate e commenti al vetriolo.

102046764-3b58f19c-45ff-4299-ba47-4348d3b5ffd0

La cosa che più mi affascina di questo fenomeno mediatico è quanto il giudizio non sia minimamente (e seriamente) puntato sui cantanti in gara e sulle loro melense canzoni ma si concentri sulle tette della Ghenea, sui presunti zigomi rifatti di Garko, sull’incredibile sfumatura marrone di Conti. Il divertimento con cui si sparano minchiate a profusione sentendosi un vero critico d’arte difronte una tela malfatta è la vera moda del momento, un clichè ormai iscritto negli annali.

Il bignami di questo Festival? Garko non sà leggere nè il gobbo nè parlare nè presentare: dovevano metterci il nipote della vicina di casa al suo posto, la Ghenea sopra quelle tette impertinenti ha del cervello, lo ha dimostrato sporcandosi di cioccolato nel dopo Festival, Virginia Raffaele? Brava ma vorremmo vederla che “imita se stessa” (questa ancora me la devono spiegare) e Conti è stato riconfermato perchè, nonostante il suo discutibile e imperfetto modo di condurre, ha dimostrato di saper fare scelte intelligenti come invitare la Kidman sottoponendole domane veramente idiote.

sanremo-virginia-raffaele

Naturalmente oltre la pioggia di critiche proveniente da gente preparata artisticamente come il suocero dell’amico di mio cugino c’è anche molto “sentimento”: un esempio è l’indignazione alle battute fatte sul maestro Bosso, guai a parlare male di un uomo costretto sulla sedia a rotelle, passi trattare come bambocci virtuali i co-presentatori ma c’è un limite a tutto, ovviamente ” siamo tutti uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”.

SANREMO-2016-SATIRA

Quello che maggiormente attrae del Festival di Sanremo è l’estrema socialità e apertura del format, una competizione che si mostra da sempre aperta e d’impatto, questa disponibilità mediatica fa in modo che si crei una specie di incantesimo sul pubblico che non diventa più semplice spettatore e giudice di canzonette ma vero e proprio Deus ex machina in grado di capire come risollevare le sorti artistiche di questo paese, un’illusione amara che rende Sanremo una triste fiera dove ognuno si sente sempre migliore di qualcuno altro.

una-risposta-di-spinoza

 

 

L’unico dato di fatto che si trae dalle reazioni a questo programma è che non sappiamo ancora quale sia la differenza tra “buoni” e “buonisti” e “sentimenti” e “sentimentalisti”.

 

 

 

Il mio week end è stato piu’ orrido del vostro.

o anche: l’orrido frutto della “festa del cinema”.

Finalmente in Italia si sono decisi a prendere d’esempio le nazioni europee, copiando senza vergogna programmi e progetti che (già da anni lontano da qui) vanno alla grande.

Purtroppo non mi riferisco a tasse, riforme pensioni e lavoro flessibile e duraturo, bensì alla Festa del cinema: progetto che da anni sbanca in Francia e che da quest’anno è approdato anche in Italia riportando gli italiani a vedere film con prezzi davvero stracciati (e non è uno slogan menzognero di H&M, credetemi).

Inutile dire che la scelta di film da guardare entusiasti non era molto rifornita: va bene fare la carità ma con moderazione. L’unico film che secondo me e la mia avventurosa comitiva (che in questa sede chiameremo “cuor di leone”) meritava di essere visto date le stelline della critica e la trama, era “La casa”: l’ultimo horror del 2013.

Immagine

Convincere chi non è amante del genere horror a vederne uno che promette anche scene splatter senza ritegno e contegno è come spiegare a un grande fan degli Oasis che i fratelli Gallagher sono dei rincoglioniti. Difficile.

Alla fine ce l’abbiamo fatta, ci siamo arresi difronte la novità e abbiamo deciso di sudare, tremare e gridare di fronte un maxi schermo senza l’assunzione di droghe.

Ormai l’hanno capito tutti: se si vuole avere un minimo di credibilità e quindi di successo nel mondo horror bisogna prendere film horror famosi e scopiazzarli senza pietà: dalla trama alle inquadrature, dalla fotografia alle interpretazioni.

La casa (Evil Dead) è un film horror del 2013 diretto da Fede Alvarez.

Il film è il remake del celebre La casa del 1981, che lanciò Sam Raimi. Oltre che essere prodotto dai noti RaimiCampbell eTapert (rispettivamente, il regista e sceneggiatore, il protagonista, e il produttore della trilogia originale), il film è il primo lungometraggio diretto dall’emergente uruguaiano Alvarez, tra gli sceneggiatori della pellicola.

Inutile dire che la trama è sempre la stessa: 5 ragazzi che decidono di passare un week end in una stamberga marciscente ai limiti del bosco, stavolta con una tossica in crisi d’astinenza che, come premio per l’impegno, verrà ripagata con uno stupro ad opera di ancora non l’ho ben capito  un “demone” nella foresta per poi essere posseduta e dare il via a una sequela interminabile di gesti efferati, amputazioni, violenza, urla, scene orride e misticismi.

In sostanza il film non è male, ne ho visti davvero di peggiori.

Certo la trama non è la carta vincente per attrarre l’attenzione e tenere incollato lo spettatore; la tensione per tutta la durata della pellicola è assicurata dalle scene forti e dalle riprese cupe.

Se non siete amanti del genere desistete: c’è un uso così smodato di sangue e affini che credo sia stato pubblicizzato ufficialmente dall’ AVIS.

Il mio “pre week end” è stato piu’ artistico del vostro.

[ndr. Si. Per me il giovedì è il “pre week end”. Io non giudico le vostre strategie di sopravvivenza fino al sabato e voi non giudicate le mie.]

Immagine

Dopo aver provato tutti gli eccitanti possibili e le motivazioni piu’ improbabili per riuscire a non soccombere in quel terribile abisso chiamato  premestruo (che, ben inteso, precipita la mia voglia di vivere insieme agli ormoni in esubero solo qualche giorno prima) ho deciso di schiodarmi da casa aggrappandomi all’unica vaga proposta totalmente non in sintonia con quello che faccio di solito:

Andare a vedere un musical. Senza alcolici con me medesima.

E siccome mi sento proprio “brave heart” ultimamente ho deciso di accettare l’offerta su due piedi. Mi sono infilata in doccia e dopo una decina di minuti ero cotta e mangiata, violentando di fatto la mia natura.

Il musical creato dal centro internazionale di danza a Parma ha riportato in scena la celeberrima storia de “la Bella e la bestia“: chi non lo ha visto deve aver avuto un’infanzia davvero difficile (ndr. infatti l’ho scoperto circa cinque anni fa. Cinque).

Premetto che non ho la benchè minima cultura di teatro, musical o canto essendoci stata pochissime volte nella mia miserabile vita (quanto sarà deplorevole questo per una fiera conterranea di Carmelo Bene?) e diciamolo: al massimo potrei ballare e/o cantare nel video dei Kings of convenience, malgrado tutto una volta poggiato il deretano su quelle che dovevano essere le lucide gradinate in legno della sala di danza ho dimenticato tutto il resto: ho dimenticato di avere 25 anni, ho dimenticato di essere lontana da casa, ho dimenticato di non essere alla prima della Scala, di fronte attori e ballerini amatoriali con scenografie e installazioni costruite sul momento e arrangiate per l’occasione.

Immagine

Non ho dovuto nemmeno stare particolarmente attenta alle tempistiche applauso/silenzio: l’interpretazione emozionante senza scadere nello stucchevole di una incantevole Belle con il padre, i personaggi del villaggio e gli incredibili umani/oggetto del castello (Lumière è letteralmente uscito dal lungometraggio per presentarsi sul palco della palestra completo di perfetto accento francese. Avrei potuto morire) è andata avanti senza intoppi: tale era il coinvolgimento stimolato dalla bravura dei ballerini e dalle splendide voci che l’applauso sgorgava da se, senza pretese.

Immagine

In realtà lo spettacolo doveva andare in scena al Cinema Teatro Michelangelo di Modena ma per una serie di “sfortunati eventi” qualche collaborazione è andata storta e così, come da tradizione Disneyana, il piccolo capolavoro si è espresso liberamente laddove è stato creato.

Lo spettacolo ha messo in risalto non solo la bravura degli allievi e degli insegnanti (Federica Capra -preside del corso di Musical- e Carlo Gavazzoli -direttore artistico del Centro- nonchè grandioso Gaston nel musical) ma anche la complicità degli interpreti e dei tecnici improvvisati nello scandire con rapidità una scena dall’altra e nel cambio di scenografie.

Immagine

Io non credo di essere tagliata per il teatro e la recitazione, voglio dire: la mia imbranataggine galoppa senza i minimi freni e piuttosto che esibirmi preferirei viaggiare nella stessa cabina di Borghezio, ma sono abbastanza sicura di aver provato a fare una giravolta ieri sera, dopo lo spettacolo, scontrandomi senza ritegno contro il portoncino di casa.

Me lo ricordo per due motivi:

  1. non ho bevuto nulla che fosse alcolico (cfr incipit)
  2. erano decenni che non canticchiavo come un’imbecille.

Italians do it better

o anche  perchè i paesi esteri si divertono a rendere un vero schifo dei cult italiani?” 

La sera precedente ad un giorno di festa nazionale, per me, è sempre fonte di disagio e distruzione.

Non dico necessariamente fisica ma mentale sicuramente si. Mi sono accorta, infatti, non solo di non poter assolutamente controllare questa successione di eventi sfortunati e indicibili, ma anche di esserne coinvolta benchè decida di chiudermi in casa a guardare la televisione dopo una cena ipercalorica e varie bevande gassate.

In realtà, tutto quello che volevo (e dico davvero: era la prima volta che sapevo davvero fino in fondo cosa volessi) era rilassarmi e non pensare a nulla che alterasse il mio già precario equilibrio psicologico.

A quanto pare non avevo considerato i pessimi registi americani con le loro fissazioni pseudo horror e il loro amore nel rasentare l’assurdo nei loro polpettoni “pro teen”. Cosa che, se tenessero lontane le loro dita appiccicose di salsa barbecue e ketchup dai cult mi andrebbe anche bene, come disse qualcuno di famoso o magari mia nonna, non ricordo  “vivi e lascia vivere”.

Invece, proprio ieri, vigilia della festa dei lavoratori mi sono imbattuta nel classico polpettone per ragazzini con i primi pruriti ma che faticano a lasciare il mondo dei fumetti e delle sfere pokè: il film (rigorosamente di produzione USA) basato sul fumetto italiano cult. Dylan Dog.

Immagine

Il film, girato dal regista canadese (e non venitemi a dire “avevi detto registi americani!” perchè per quanto mi riguarda i canadesi sono degli americani di serie B con la fissa per l’ambiente e gli orsi) Kevin Munroe, non si limita ad ispirarsi al fumetto, bensì ne rappresenta la storia riprendendo il personaggio principale che si ritrova ad interpretare il ruolo di indagatore dell’incubo malgrado i suoi iniziali rifiuti.

Da principio la prima cosa che salta all’occhio è la fotografia: non potete davvero pensare di portare un fumetto sulla scena cinematografica senza toni chiaro-scuri ed effetti noir anni ’50. Un fumetto come quello di Tiziano Sclavi soffre del distacco da carta e inchiostro, rappresentarlo luminoso e appariscente è stuprarne l’anima.

Da affezionata lettrice il colpo al cuore è arrivato con la frase dell’interprete principale del film, Brandon Routh, che come se niente fosse spara dall’inzio alla fine del lungometraggio due o tre “giuda ballerino” con l’enfasi di un Giletti ubriaco. Non ha assolutamente nulla del protagonista cartaceo: non l’aspetto trascurato, non la tormentata anima, non lo sguardo spesso assorto nè la sensibilità malcelata.

Immagine

Per niente rappresentativo il suo assistente: un certo Marcus (chi diavolo è? qualcuno me lo può spiegare che fine ha fatto Groucho Marx? Era troppo politicamente scorretto per i produttori americani dar vita a un personaggio schizofrenico e dai forti e sarcastici richiami comunisti?) imbranato patologico tanto da scadere nel finto carattere, che immediatamente viene ucciso per poi diventare un petulante zombie. La ciliegina sulla torta è l’intreccio del film: una trama quasi incomprensibile dove subentrano una miriade di terzi personaggi tra vampiri con tutta la sacra famiglia, licantropi e discendenti, supermercati per non-morti e tradizioni che richiamano le sette sataniche anni 70′, il tutto condito con la ragazzina carina bellina tutta in tiro che, da agnellino ingenuo diviene, all’ultimo momento, guerriero a caccia di mostri con uno scopo ben preciso.

Tanto per dire che alla fine il “colpo di scena” c’è. Almeno quello.

Luca Raffaelli de la Repubblica dopo aver visto il film lo ha definito «un buon film di serie B che prende ispirazione da un grande fumetto di serie A» sottolineando che dentro al personaggio interpretato da Brandon Routh «non c’è niente» a differenza del Dylan Dog originale che «usa l’horror per parlare di altre cose».

Secondo Roberto Nepoti della stessa testata «non c’era bisogno di scomodare il fumetto italiano di culto per mettere in scena un nuovo episodio di Underworld […] È un teenmovie di serie B. Solo più costoso».

Immagine

Per Maurizio Porro del Corriere della Sera il film merita un voto di tre su 10, perché è una «emanazione spuria, violenta, noiosa del fumetto di Sclavi», un «horror mimato, più che recitato, da Brandon Routh che ha l’espressività di un sasso palestrato» con alcuni spunti divertenti che «affogano tristi tra le viscere».

Secondo Anna Maria Pasetti de il Fatto Quotidiano il film contiene una complessiva «superficialità narrativa, registica e creativa» e vederlo «è come assistere alla trasformazione di una collezioneArmani in American Apparel».

Per Maurizio Acerbi de il Giornale il film è «un palliativo» ben lontano dal fumetto a partire dal protagonista che «di emaciato non ha nulla».

Paola Casella di Europa trova nel film molti elementi che lo fanno sembrare un culttrash, come gli effetti speciali e il personaggio di Marcus, ma dimenticandosi la fonte e vedendolo «nella sua dimensione camp artigianale e nella sua totale mancanza di pretese è anche divertente». Secondo Dario Zonta de l’Unità è «una boiata pazzesca, in sé, come film e non solo come adattamento».

Federica Aliano per Film.it ha criticato duramente il film, definendolo «ben peggiore di tutte le più buie aspettative» ed ha evidenziato la distanza col fumetto: «Il sapore più adulto del capolavoro di Tiziano Sclavi non è mai stato ottenuto con lo splatter dei magnifici disegni, ma con un’introspezione psicologica e con proiezioni spaventose nel reale degli incubi e delle paure più profonde dei personaggi e dei lettori stessi».

Secondo Marianna Cappi di MYmovies è «un film essenzialmente rivolto a un pubblico adolescente» con una trama prevedibile che «converge al fine ultimo del protagonismo assoluto di Brandon Routh» la cui interpretazione, dopotutto, «non è da buttare».

BadTaste.it critica l’interpretazione degli attori (Routh è «talmente superficiale da risultare irritante»), la sceneggiatura «che riesce nella straordinaria impresa di copiare qua e là» e gli effetti speciali definiti «delle maschere di carnevale comprate al supermercato».

Federico Gironi di Coming Soon Television, valuta il film separandolo dal materiale originale e trova molti rimandi a UnderworldBuffy l’ammazzavampiri o a True Blood che trasformano il film «in un omogeneizzato, in un prodotto buono per palati giovanissimi e senza troppe strutturazioni gustative» con una regia che, però, «evita d’irritare lo spettatore e azzecca un paio di gag di alleggerimento».

Critiche negative arrivano anche da Marco Lucio Papaleo di Everyeye.it che dà al film un voto globale di 5 su 10: «Tecnicamente Dylan Dog – Il film non è male e a tratti intrattiene pure. Ma non è Dylan Dog. E se pure rimpiazzassimo tutti i nomi […] avremmo solo un film curato, ma sostanzialmente inutile e già visto».

Anche Roberto Castrogiovanni di Movieplayer.it tenta di non paragonare il film al fumetto, ma anche così facendo «non tutto è perfetto» e il problema più grande è «nel soggetto di partenza e nell’elaborazione della sceneggiatura»: lo sviluppo si rivela prevedibile, la costruzione dei dialoghi è modellata su stereotipi abusati e Brandon Routh rimane un semplice action man.

Per Luca Maragno di Best Movie il film ricorda una puntata di un serial TV che riesce a strappare qualche risata voluta, ma anche qualcuna involontaria e merita un voto di 1 su 5.

Il medesimo voto è dato anche da Luca Castelli che su Il Mucchio Selvaggio scrive: «Non che il film di Kevin Munroe sia il più brutto della storia: in giro si vede anche di peggio. Ma per il lettore del fumetto, già il semplice accostamento appare un sacrilegio. Dylan Dog è il Rupert Everett di 35 anni. Groucho Marx è il Groucho Marx del 1935. Craven Road è Craven Road di Londra, non Rue Craven a New Orleans. E Dylan non è un investigatore privato, ma l’indagatore dell’incubo. E sempre lo sarà».

Dal mondo del fumetto le critiche non sono state migliori e per Paola Barbato, sceneggiatrice, i cam­bia­menti sono andati contro «il con­cetto proprio di Dylan Dog»: «Il rispetto per il per­so­nag­gio è fon­da­men­tale, poi la resa esterna può cam­biare».

Secondo Roberto Recchioni, sceneggiatore, è «un film brutto e piccolo», mentre per Mauro Boselli, il creatore di Dampyr, «il film ha tradito lo spirito del personaggio alla ricerca di una facilità narrativa da telefilm». Tiziano Sclavi inizialmente ha preferito non approfondire questo argomento. In seguito in un’intervista a l’Unità ha affermato: «Il film non l’ho visto e non mi piace. […] Dire che il film non l’ho visto e non mi piace è un modo per dire che non mi va di parlarne. La vicenda della cessione dei diritti di Dylan è troppo intricata per spiegarla al pubblico, ed è fonte per me solo di incazzatura (e non uso a caso questa parola forte)». Su la Repubblica XL ha ribadito che anche «quando il film uscirà in blu-ray non lo vedrò e non mi piacerà», spiegando di aver potuto leggere la sceneggiatura senza diritto di veto.

Immagine

A fronte di una critica giustamente e razionalmente spietata non resta che concludere con una semplice e quanto mai pertinente citazione: “il film Dylan Dog “Dead of Night” è una cagata pazzesca”.

La mia vita è un horror giappocinese

Immagine

Avete presente quei periodi in cui tutto inizia a cambiare e prima di potervene accorgere vi ritrovate in situazioni nuove con il cavalcante pericolo di rimanere con il culo per terra? Ecco. Benvenuti nel club. Tanto per cominciare, felicità a parte, dopo mesi di neve e freddo è arrivata la primavera. Si. Quella stagione che tanto piace agli antistaminici e alle ragazzine aventi come modello di vita Heidi. Sia chiaro: non voglio passare per l’anziana che si lamenta prima del gelo aspettando il sole per poi bestemmiare senza ritegno i “trenta gradi all’ombra” (nonostante la pensione e  reumatismi che ti costringono a letto rappresentino per me una alternativa alquanto allettante) ma un Aprile cosi mi fa pensare ad un prossimo suicidio estivo. A proposito di suicidi e morte in generale, chiunque abbia visto un qualunque horror giappocinese non potrà non ammettere quanto siano terribili, con trame assurde, contraddizioni e ulteriori personaggi che subentrano come Bruno Vespa dopo un efferato delitto. Senza parlare della fotografia e della sete di vendetta incontrollabile che il fantasma di turno mostra di avere verso il genere umano in toto (che megalomani questi asiatici). Mi sono resa conto di:

1) provare una rabbia furiosa verso chi mi fracassa i coglioni e resta impunito.  Credetemi, adesso il mestruo non centra nulla. Alle volte ho davvero il desiderio di strisciare  come una serpe (in seno) sotto il letto del/lla malcapitato/a appostandomi a dovere per poi sbucare fuori a tempo debito ricoperta di salsa Conad e con una forchetta in mano. Immagine

2) istigare le forze maligne affinchè ciò che solitamente va bene mi vada di merda. E’, effettivamente, un talento che ho sempre avuto: non faccio altro che tirarmela da sola. Piu’ mi sforzo di essere accettabilmente una non disadattata sociale piu’ la scarpa del destino che mi coglierà in fronte sarà pesante, puzzolente e causa di disagio. Immenso disagio.

3) guardare foto vecchie e improponibili di amici restando allibita. va bene, questa è una dipendenza. Una malsana, fuori controllo e inconcepibile dipendenza. Appena posso, durante un periodo malinconico e ozioso (cioè quasi sempre) mi fiondo sul profilo della vittima e vado a ritroso negli album fotografici fino ad arrivare a immagini e/o video sconcertanti che mi shockano togliendomi il respiro in cerca, nel mio subconscio, di chissà quale malcelata verità. Magari semplicemente per dirmi “ah! vedi? da quando ci sono io nella sua vita ha un profilo piu’ interessante”. Non ho ancora capito bene perchè io perda il mio tempo in questa cosa da psicolabile, ma infondo cazzeggio cosi tanto che una cagata vale l’altra e poi la sensazione che mi da spilucchiare in cerca di foto orrende è uguale a quella di una bella grattata in risposta ad un violento prurito. Aggressiva e dolorosa grattata. Immagine

4) essere incoerente ai limiti dell’umano. I colpi di scena mi sono sempre piaciuti, ma cinema e sceneggiature ora non centrano un cazzo. Un buon regista non può fare assolutamente nulla contro una paranoica visionaria. Ho passato mesi a crogiolarmi nelle mie indecisioni dovendo fare scelte importanti o meno, il dissidio tra la parte ottimista e tollerante e quella stronza e opportunista è una costante della mia vita. Nonostante mi sforzi di essere una persona migliore ogni giorno, magari vegana e con una ammirazione sviscerata per Terzani, il mio lato oscuro vince sempre. Cosi finisco per trangugiare spinacine, abbondare di maionese e bere superalcolici affogando nel’incoerenza. Immagine

I vantaggi del non essere analfabeti

ovvero: La rivalsa dell’autostima.

Tra le varie ed eventuali motivazioni per cui si decide di dare vita ad un blog, oltre alla sicurezza di non lasciarlo morire d’inedia come il tamagotchi, c’è quella vena narcisistica che si scopre di avere dopo il primo commento entusiasta al primo pezzo.

Una seppur piccola conferma che fa bene all’ego e al morale (e alle ondate ormonali, dico io, che ci sta sempre bene).

E’ il mio primo premio che ricevo da blogger e da persona matura e quasi adulta quale sono vivrò la cosa in maniera costruttiva e riflessiva: finendo la bottiglia di primitivo che avevo intenzione di portare a Parma e spiegando ai miei amici che tanto la attendono “mi spiace ma ci sono cose che non possono aspettare di essere festeggiate altrove”.

Immagine

E adesso passiamo alla procedura. Lo scopo di questo premio è creare e rispondere a domande, inoltre bisogna tassativamente inventare una domandona celebralshock.

Traccia 1-  rispondi alle domande:

1. Animale preferito:  i virus (tecnicamente non fanno parte del regno animale ma se li vedeste all’opera li stimereste anche voi)

Numero preferito:   26

3 Fiore preferito: papavero

4 La mia passione: mettere in imbarazzo parenti e amici dando fiato alle trombe senza riflettere sia verbalmente che per iscritto.

Il mio peggior difetto:  il Ph inferiore a 7

Giorno preferito della settimana:  domenica (cosi posso sentirmi meno in colpa per il cazzeggio pensando “tanto domani è lunedi”)

7 Un viaggio che vorrei fare: New york, vivrei nel MoMa e dormire dentro una scultura.

8 Tra mare e montagna preferisco: mare ora e sempre

9 Un mio pregio: il coraggio. Le innumerevoli figure di merda mi hanno forgiato.

10 La mia passione più grande è: scoprire cose nuove. E’ una paraculata ma è vero (mi concedo anche alle puttanate purchè siano una novità)

11 Il mio ricordo più bello è: fuori dalla sala parto, quando mi portarono mio fratello e riconobbe la mia voce.

12 Un aperitivo alcoolico a cui non rinuncerei mai : malvasia

Traccia 2 –  parla di te in 10 punti:

1.Odio le generalizzazioni. Per carità, gli stereotipi esistono ma “fare di tutta l’erba un fascio” ha portato la società alla rovina. Insieme alla moda dei cani prêt-à-porter.

2. Ho dei seri problemi in cucina. Finisco per bruciare tutto. Incrostare, scuocere e impiastricciare sono talenti con i quali sono nata. Riesco anche a far bruciare il caffè.

3. Non riesco a pronunciare nomi stupidi. E’ un mio limite. Mi sento un’imbecille quando devo chiamare per nome qualcuno che ha un nome strano.

4. Mi piacciono i temporali, la neve e le bufere solo se sono a casa sotto un piumone e la discografia new wave con me.

5. Zanna Bianca è stato il primo libro che ho letto. Da allora non tollero le foreste, gli stivali imbottiti di pelliccia e gli addii.

6. E’ scientificamente provato che spettegolare abbassa la pressione e fa bene al cuore. E io adoro farlo con commenti al vetriolo.

7. Trovo che la moda, con le sue contraddizioni e assurdità, sia una forma d’arte.

8. Nonostante la mia acidità teorica non riesco seriamente ad essere cattiva, finisco spesso per ferirmi e faccio del volontariato emotivo il mio baluardo.

9. Il vittimismo e l’egoismo sono due cose che mi spaventano. Spesso passeggiano tenendosi per mano.

10. Adoro quello che faccio e spero che la genetica sarà un giorno il mio lavoro ma mi piacerebbe scrivere comunque di costume e cultura con ironia strappando sorrisi a chi ha la pazienza (e il coraggio) di leggermi.

Domande di TUTTO CRONACA:  Ma lo seguireste “Il blog della cozza”? Preferirei quello della vongola.
Domanda di ARCADIMIX:  se aveste solo un minuto di tempo e un milione di euro in tasca come li spendereste? Probabilmente li guarderei dicendo “Oddioooooo che faccio?” e non farei in tempo a spenderli.
Domanda di GIOACCHINA è: ma che fine hanno fatto i due LEOCORNI?? Secondo me sono gli animali domestici di Mina.

Domanda di Sallychef: chi conosce la canzone “Anna Carla Lilla, lilla, lilla, sono tre sorelle …….”?Non ho idea di che canzone sia, probabilmente un successo giovanile di Pupo?

LA DOMANDA BALENGA di franciwp: che mostro c’è sotto il tuo letto? Gordon Ramsey.

La mia domanda cerebralshock: perchè il mondo odia i cinesi?

Ed ecco le mie nominations:

il coinquilino di merda

metàmela

la deriva dei continenti

bricolage

briciolanellatte

diariodiuncetriolosolitario