Incontrare un tuo mito adolescenziale è psicologicamente devastante.

La vita in un ameno paesino di montagna emiliano può essere descritta usando tre semplici concetti: “verde”, “rettili di cui non conoscevi l’esistenza” e “iperglicemia”.

Il problema è che quando ti ritrovi a vivere in posto simile venendo da una grande città di provincia inizi a gioire delle piccole cose che il posto ti offre, non aspettandoti assolutamente nulla di più eclatante di un succulento pettegolezzo dalla gente del paese o della schiusa anticipata delle uova di un insetto fastidioso che il tuo ragazzo si ostina ad usare come esca nei fiumi, per questi motivi quando mi è stata servita su un piatto d’argento l’opportunità di stringere la mano ad un mito fondante delle mie psicosi liceali ho colto immediatamente l’occasione senza pensare alle paranoie che mi avrebbero successivamente assalito.

11049466_10206148612052838_624466584840910719_n
Io e un imbarazzato Giovanni Lindo Ferretti

Il primo campanello d’allarme è stato il suo essere enormemente imbarazzato (certo, magari il mio continuo inchinarmi dicendo “scusa so che magari ti sto disturbando ma tu sei stato un vero mito per me, non è che potremmo farci una foto? Si, lo so che non hai avuto il tempo di farti la barba stamattina ma credimi non importa, le mie amiche ti troveranno figo lo stesso…”) non è stato d’aiuto ma, voglio dire, quanti cantautori famosi frontmen di gruppi storici come i CCCP sarebbero cosi imbarazzati nell’incontrare un loro fan? Questo dettaglio avrebbe dovuto farmi presagire il tracollo emotivo che avrei avuto di li a poche ore.

Infatti, tornata a casa con la sua foto rigorosamente da modificare previa pubblicazione e un tovagliolo che pubblicizzava un suo evento con la sua firma dedicata sopra, ho avuto tutto il tempo di ripensare a questo strano e trascendentale incontro, e mi sono chiesta:

  • Sono davvero ancora lontanamente la stessa persona che al liceo inneggiava, durante feste e manifestazioni, stralci di canzoni post datate filo comuniste?
  • Cosa penserebbe Lindo Ferretti della persona che sono adesso, delle mie scelte, del fatto che abbino le converse e che ho votato Renzi (cosa che ancora mi lascia perplessa)?
  • Il cambiamento politico che ha avuto ha influenzato alcuni suoi modi di vivere? di pensare? Se gli dicessi che tra qualche mese lascerò questo paesino per tornare in una grande città mi prenderebbe a schiaffi urlando che ancora della vita non ho capito un cazzo?
  • Se gli spiegassi in cosa mi sto laureando e che la mia è una scelta dipendente comunque dalla mia passione più che dal profitto, mi riterrebbe una sporca assassina capitalista che gioca a fare Dio?

Ma soprattutto:

  • Sono davvero diventata ciò che volevo essere? Se tornassi indietro nel tempo e potessi guardarmi dal passato, sarei soddisfatta della persona che sono e che voglio continuare ad essere? La ragazzina che si ostinava a litigare con il professore di religione e che credeva fortemente nell’associazionismo politico e sociale tanto da pretendere di finire in punizione dal preside in comitiva crederebbe in me, farebbe le mie stesse scelte?
Annunci

Perchè gli psicolabili sono dei miti in TV

Aver trovato un sacco maleodorante pieno di “vita vissuta precedentemente” nell’ armadio che uso come succursale del primocondiviso amorevolmente” appartenente ad una persona estranea (ndr. leggere estranea con un tono di disprezzo) mi ha spinto a reagire in un modo che, sul serio, non mi sarei aspettata.

Avevo voglia di piangere fino a svenire sul fantastico nuovo letto a due piazze con doghe in legno pensando, dolorosamente, a come possano cambiare le cose all’improvviso e alimentando la mia paura di morire da sola mangiata dai miei gatti. Invece, contro ogni previsione, ho passato le due ore seguenti cercando di capire come esprimere in inglese la parola “schifo” per trovare su tumblr la gif che meglio poteva rappresentare il mio stato d’animo.

Perchè il mondo sapesse come mi sentivo in quel preciso momento (ovvero in quelle due precise e terribili ore).

Dopo aver soddisfatto la mia voglia di malsana celebrità e condivisione sogghignando come una psicolabile difronte gli sguardi accusatori dei miei coinquilini (rispettivamente il mio cane e il mio ragazzo ed uno dei due credo stesse giudicando il mio modo di non occuparmi seriamente di lui) che rimproveravano il mio modo altrettanto psicolabile di reagire mi sono chiesta due cose:

  1. Perchè non sono la protagonista di un telefilm
  2. Perchè gli psicolabili sono sempre protagonisti di telefilm.

Ammettiamolo: gli spostati sono di gran lunga sopravvalutati in TV.

Vengono mitizzati, situazioni psicologicamente devastanti vengono presentate come “il meglio che possa capitarti nella vita” sorvolando sulla tremenda voglia di suicidarsi che serpeggerebbe nella mente di un individuo perennemente a disagio.

Ignoro chi sia stato il primo sceneggiatore a creare una sit-com dove lo psicolabile di turno godesse di simpatia e ampia stima da parte del grande pubblico nè conosco il talentuoso regista che, entusiasta, ha appoggiato totalmente questa grande e sperimentale idea di filmare psicolabili a contatto con il mondo reale (salutate Stanlio e Ollio). Di sicuro ho trovato un po’ di esempi a riguardo, esempi che, lo ammetto con brividi, io stessa seguivo appassionatamente prima che gli zombi entrassero prepotentemente nella mia vita con i loro urletti soffocati e quella dolce espressione di crudezza.

  • Una mamma per amica                                                                                                                                     

ggs

Se io avessi davvero avuto una mamma come Lorelay Gilmore sarei in fila per il prozac al piu’ vicino sportello farmaceutico h24  (non fate quella faccia: presto esisteranno sotto qualunque semaforo di qualunque città).

Una volta, alla maturissima età di 25 anni, chiesi a mia madre se fosse il caso di iniziare o no una storia e/o frequentazione con il ragazzo che mi piaceva tanto e con cui dividevo la casa. Presa dal rimorso se qualcosa fosse mai andato storto (non è mai una geniale idea mischiare birra e sesso sotto lo stesso tetto) chiesi un parare alla mia saggia generatrice, ed il suo sommo verdetto fu: “dovresti farci del sesso. Se ti piace non fartelo scappare, se non ti piace amici come prima“.

Non ho dormito per una settimana.

Certo, ho seguito il consiglio ed è il mio attuale ragazzo ma nessun orgasmo potrà mai cancellare le due settimane di sertralina che ho ingurgitato sperando di cadere in un sonno senza sogni (credo).

  • Dexter

images

Va bene, alzi la mano chi non ha mai sognato di uccidere a sangue freddo chicchessia sfogandosi per tutto il cinismo accumulato in un mese ed allo stesso tempo godendo come un maiale. Immagino che le mani alzate siano tante e che, detto ciò, molti di voi sarebbero corsi dal primo psichiatra in lacrime per aver strozzato il gatto della vicina.

Essere dei serial killer non è mai cosi figo, figuriamoci divertente.

  • Scrubs

scrubs-sesame-8

Ammettendo che JD merita a tutti gli effetti una medaglia al valore per la quantità ammirevole di figure di merda fatte anche solo in una settimana lavorativa (la sua) e in una settimana di cazzeggio guardandolo (il mio), non credo che saltare ripetutamente dall’avere una relazione con la tua migliore amica ad una crisi di nervi perchè il tuo capo continua a chiamarti “Susan” sia il massimo della vita.

La frustrazione ed il mobbing professionale sono tra le principali cause di stress fisico ed emotivo causando l’esplosione del cuore.

  • Diario di una nerd superstar

diario-di-una-nerd-superstar-terza-stagione-awkward

Fino ad ora l’unica serie in cui la protagonista abbia davvero tentato il suicidio. La vita può essere molto difficile se le cheerleaders ti disprezzano ed il tuo ragazzo ti monta in silenzio nello sgabuzzino del bidello facendo finta di non conoscerti alla luce del sole. Peccato che sia difficile in tutti gli altri casi quando si ha 16 anni e il seno concavo.

Un consiglio spassionato? Non rifugiatevi nei blog, nella scrittura creativa, nell’immaginazione: come posso dimostrare (e come chi ha visto questa serie può osservare) non serve assolutamente a niente.

Forever Tits

Ho sempre pensato che le donne non fossero uguali agli uomini, e chi crede di passare per profeta illuminato asserendo a questa legge ultraterrena della buona politica per tutti probabilmente non ha capito che alla fine dei giochi si parla di due sottospecie diverse: quelli che hanno il pene e quelli che non ce l’hanno.

La prima volta che mio padre mi regalò un regalo vero (cioè qualcosa che non servisse a soddisfare il suo ego personale ma che doveva soltanto rendermi felice) era una mountain bike. Una bellissima, verdissima, fosforescentissima mountain bike.

Sinceramente non ricordo se fosse da maschietti o da femminucce, ricordo però nitidamente il broncio di mia mamma quando si rese conto che probabilmente avrei passato l’estate in pantaloni lunghi  per coprire i punti sulle ginocchia.

Quindi ho buone ragioni per credere che comunque fosse un modello per maschietti.

Il punto è: se ti piace andare in bici e le bici in questione sono le mountain bike e i percorsi in questione sono semplicemente pieni di buche difficilmente ti interesserà andarci con Barbie magia delle Feste stampata sul telaio in rosa shocking.

E continuo a chiedermi perchè ci sono cose che, per essere spendibili anche in campo femminile, devono necessariamente spruzzare cattivo gusto annacquando tutto di un bel rosa acceso con annesse stelline facendo perdere credibilità a chi vorrebbe solo pedalare in santa pace senza essere indicata in un campo di mucche a Km di distanza. 

Spesso ho sentito fior fiori di femministe lamentarsi della loro non-vita apparente in quanto “esseri femminili” perchè non possono (seriamente) partecipare a questo o a quello, perchè difficilmente vengono prese sul serio, perchè portare i capelli lunghi fino al culo non piace a tutte e che, comunque, sono bellissime anche rapate a zero.

Mi sento coinvolta in questa lotta alla parità sessuale tra peni e non-peni, e siccome ho il maledetto vizio di rendermi utile stilerò un breve elenco di cose che non aiutano la credibilità delle donne. 

Immagine

E dunque:

  • i peluches come regalo ben accetto (non vi crede nessuno e il periodo della “fatina dei denti” è passato)
  • i fiori come regalo ben accetto (soltanto io ogni volta che mi è capitato di ricevere un mazzo di fiori pensavo, deprimendomi, al momento del loro inevitabile appassimento?)
  • le T-shirt con le stampe di animali  (non credo esista gente a cui non piacciano gli animali e andare in giro con una maglia del genere è come urlare al mondo “mi piace la maionese”).
  • i braccialetti di caramelle Smarties (ok, non so cosa siano veramente e cosa dovrebbero rappresentare ma sembrano creati da un dentista sadico per ricordarti che certe cose è meglio indossarle che metterle in bocca. Se state leggendo questa frase ridacchiando siete Sasha Grey.)
  • i fotoromanzi (non voglio arrabbiarmi con nessuno e rispetto i credi e le opinioni altrui, dico solo che chi li ha inventati dovrebbe essere deportato in campi di concentramento)
  • Minnie, Hello Kitty e Paris Hilton (hanno piu’ cose in comune questi tre personaggi che Stalin, Hitler e Mussolini).
  • Il neomelodico (piagnucolare in giro il vostro dolore non vi renderà piu’ addolorate)
  • le “shopping night” (lo shopping va bene sempre, non bastavano gli “aperi-cena” e le famose “uscite con le amiche“?)
  • l’abbigliamento fluo (santo cielo)
  • lo smalto fluo (cristo santo)
  • negare l’assioma “donna al volante pericolo costante” (smettetela. Avevo un’amica che alla guida di una qualunque macchina non faceva che rimirarsi le tette. Davvero. Ogni occasione è buona per dare un’occhiata al mascara o alla simmetria delle unghie. Lo so io e lo sapete voi).
  • Dare nomi da you.porn ad intimo di “nuova generazione” (davvero credete di essere professionali e convincenti chiamando un reggiseno “Forever Tits“?)
  • Lamentarsi del sesso orale (ahahah).
  • Lamentarsi delle modelle senza cellulite (va bene, Calzedonia la fa semplice vestendo con costumi di merda strafighe fotoniche ma si chiama marketing).
  • Lamentarsi della cellulite (comunque è democratica: viene a tutte)
  • Lamentarsi di chi si lamenta della cellulite (qui si deve essere veramente affette da complessi borderline. Non deludetemi).
  • Le false ubriacature (se non svenite/vomitate/intasate il prossimo cesso pubblico e ricordate il nome del tipo che vi piace e che disperatamente state cercando di abbordare non siete sbronze. Non lo siete. Siete la vergogna dell’umanità però, questo si.)
  • Le extenshion (ci sono le parrucche, sono piu’ complete e colorate e fanno molto anni ’80).

Qualunque discorso su un ipotetico movimento femminista dopo l’avvento degli anni duemila e di Pamela Anderson e Snooki può considerarsi definitivamente concluso.         

 

 

Il mio week end è stato piu’ insofferente del vostro.

 Uno dei ricordi piu’ nitidi che conservo ancora dei miei 16 anni è l’attivismo politicamente scorretto che mia nonna aveva nei confronti della promozione del parto naturale.

Attivismo in cui cercava di coinvolgermi dicendo che non c’è nulla di piu’ bello e naturale di un parto e che, alla fine, come ogni cosa della vita, basta spingere. Prospettiva rosea e ottimistica che svanì con la sua frase “ah aspetta, ma tu soffri durante il ciclo, si? E no, allora soffrirai durante il parto come un cane. Mi spiace.

Credo sia stato in quel momento che abbia realizzato quanto il dolore e la sofferenza trovino sempre il modo di entrare in modo del tutto inaspettato nel nostro quotidiano.

Anche quando ne avevamo un lieve sentore.

Anche quando, forse, eravamo pronti a riceverle.

L’esempio di questa tragicomica verità è stato il mio ultimo (e corrente) fine settimana. E non mi riferisco solo al fatto di essere lasciata sola durante il ciclo con mia sorella, non mi riferisco al dover pagare due rate insieme di condominio tanto meno al film struggente misto tra horror e tragedia che ho visto, no.

Mi riferisco a queste cose tutte insieme.

Il tempismo di chi sta con te nel lasciarti “solo per due giorni” nei momenti meno opportuni è quasi come l’ultimo film di Polansky: sconvolgente. Comunque sia, ho passato gli ultimi due giorni in compagnia di mia sorella che, giocando con la cagna e facendo finta di studiare non mi ha propriamente risollevato la voglia di vivere. Quella di vedere horror invece, essendo lei una cinefila, si. 

Allora ci siamo buttate anima e corpo e birra in uno degli ultimi film prodotto da Guillermo del Toro, La madre.

La madre (Mama) è un film horror del 2013 diretto da Andres Muschietti e prodotto da Guillermo del Toro, che ha per protagonista Jessica Chastain.

La pellicola è il lungometraggio di Mamàcortometraggio in lingua spagnola del 2008 scritto e diretto da Andres Muschietti, presentato ufficialmente dallo stesso del Toro in un apposito video a poche settimane dall’uscita italiana del film.

Il film da principio promette bene: una storia intrisa di mistero e giallo dove due bambine vengono salvate da un’anima in pena che le cresce per 5 lunghi e tenebrosi anni, immersi in una foresta innevata e deserta. 

Il problema si presenta quando le pargole vengono ritrovate dalla polizia: non solo hanno la civiltà e la capacità d’espressione di Calderoli ma è evidente che l’entità materna non sarà felicissima di condividerle con la famigliola underground che vorrebbe rieducarle e reinserirle nella società. 

Le scene clou da urlo non mancano, interessante la grafica (sembra a tratti di vedere un film di Burton) leggera, toni non troppo pesanti e presenze da volti piu’ umani non tolgono nulla alla suspance e non banalizzano il senso stesso del film. 

Quello che piu’ mi è piaciuto, non so, chiamatela sensibilità da ormonauta, è stata la morale: alla fine, nel destino che crediamo essere già stato segnato con tutte le obbligazioni e le conseguenze di scelte precedenti, c’è sempre la possibilità di scegliere e di essere consapevole dell’esistenza di un sacrosanto libero arbitrio. 

E in questi due giorni di alti e bassi, di assenze, di domande e di risposte avevo bisogno di vedere come sia possibile uscire da situazioni solo in apparenza irreparabili, come sia facile e spontaneo reagire e schierarsi nonostante fantasmi e sensi di colpa ancora nitidi.

Io per esempio, conoscendo mia sorella, non avrei avuto dubbi sul fatto che avesse scelto di stare con l’ectoplasma.

 

Immagine

 

“L’amore di una madre è per sempre” cit.

Haters gonna hate

Quando a diciassette anni, per colpa di un uragano improvviso e violento, rischiai la vita causandomi un trauma cranico per essermi schiantata contro una finestra, ebbi da ridire anche sul mio ipotetico salvatore: puzzava.

Ed aveva approfittato della situazione per palpeggiarmi i fianchi e le cosce (è risaputo che agli irlandesi piacciano i fianchi e le cosce delle donne).

Comunque sia, senza andare troppo a ritroso, l’odio che mi contraddistingue spesso raggiungendo irragionevoli picchi per l’universo intero trova sempre il modo di esprimersi. Come i geni. Dei geni egoisti, cattivi e manipolatori.

All’inizio pensavo fosse solo relativo a determinati periodi, inutile dire, ormonali. Magari la fame improvvisa, un progetto andato male, Rita Dalla Chiesa alle tre del pomeriggio senza insulti da censurare, non saprei: la rabbia mi coglie alla sprovvista ed ecco il veleno sputato che condisce commenti al vetriolo.

Mi ci sono volute intense sedute di auto-psicoanalisi e annullamento totale della mia proverbiale auto referenzialità per riuscire a capire, alla fine, da cosa derivi questo mio disagio: la maggior parte degli esseri umani mi sta sul culo. E la cosa peggiore è che finiscono per salirmi sul culo anche chi proprio mi andava bene, in una sorta di destino irrecuperabile e squallido.

Piu’ rapidamente della nutella e della maionese sui Findus.

L’esempio a me piu’ vicino indice di quanto io sia volubile e lunatica è stata la discussione con una blogger (di successo) che, prima che mi scrafagnasse continuamente i coglioni con questa storia di quanto sia super-fico e cool essere single, mi piaceva.

Mi piaceva per tante cose: per lo stile descrittivo che adotta, per il modo di ironizzare senza risultare superficiale, per la trattazione che sfocia nell’emotivo e sentimentale senza essere stucchevole.

Si, insomma: mi piaceva. Mi faceva ridere. Mi faceva pensare.

Poi, improvvisamente, di fronte l’ennesimo pezzo su questa farsa dell’accoppiato triste e frustrato mi sono rotta i coglioni. Non ce l’ho fatta piu’. E’ una vita che io soffro come una cagna legandomi a persone con seri problemi mentali subendone gli altalenanti umori, immolandomi nel nome di un amore che non c’era (dall’altra parte, almeno), credendo che litigare tutti i giorni e ferirsi fosse la norma e arrivando a sperare che forse, l’unica via di salvezza, fosse cambiar cappella singletudine.

Poi, da brava Bridget Jones, io Mike Darcy l’ho trovato. E dopo un primissimo periodo di fisiologico scombussolamento con relativa perdita di capacità creativa (perchè il vero artista deve soffrire per poter creare, deve stare male, sputare il sangue sulla tela, la tastiera, le corde qualunque sia lo strumento che usa per sparare in faccia ciò che pensa della vita) detto ciò si, avevo perso un po’ della mia verve e mi sentivo Biancaneve senza la mela: una psicopatica che parla ai cervi.

Alla fine, con del sano training autogeno, ho ripreso in mano le redini del mio squallore e nonostante la sentimentale felicità e serenità sono riuscita a ritrovare il sarcasmo e l’ironia di cui ho sempre fatto largo uso, trovando il modo di continuare ad insultare ed umiliare almeno il 60% del pianeta.

Fatta questa premessa si, sono una hater: riverso rancore intriso in commenti inutili e acidi un po’ ovunque e nonostante i fallimenti quotidiani e non, continuo a credermi “sto cazzo” perchè non ho paura di smadonnare, di fare le cose da sola, di starmene senza fare una ciola tutto il giorno solo perchè voglio passarlo a scrivere e vedere film che pochi comprendono.

Nonostante la felicità privata, da brava hater, continuo a seminare odio e a dire la mia.

E cosi sono riuscita a litigare anche su altrui blog, perchè nonostante tutto c’è una cosa in particolare che mi sta sul culo: il qualunquismo.

Perchè è facile voler essere famosi e celebri dicendo ciò che la massa di single e sfigati in amore vuole sentirsi dire: che sono strafighi, dei super eroi e che non è assolutamente colpa loro se anche Darth Fener non li vuole manco pe niente.

Sappiate che se siete delle merde è solo colpa vostra: avere un caratteraccio è come essere intelligenti. Sono “qualità” scomode e bisogna saperci convivere.

Tuttavia non abbandonate le speranze: qualunque hater può trovare il proprio hater entrando in questo alone di felicità senza perdere il savoir faire di Crudelia De Mon.Immagine

Il mio amico “scolapasta”

Tra le varie ed eventuali cose che mi sono state dette tanto per etichettarmi in qualche concepibile modo, cercando di descrivere la mia abominevole e terrorifica figura, c’è stato l’aggettivo esilarante “troppo selettiva“.

Immagine

Che poi, traducendolo in lingua pagana dovrebbe essere letto come “te la tiri“, “elitaria“, “con la puzza sotto il naso“, “snob” e dulcis in fundo “arida“.

Adesso, nel corso della mia vana esistenza, sono stata chiamata in molti modi orrendi: acida, stronza, opportunista, alcolista (sebbene sia una verità di fatto ben diversa da un’opinione), cinica, Carmen etc. etc. ma ci tengo a precisare che spesso, la gente comune, ritiene che fare amicizia anche con il divano di casa propria e descrivere tutto con “maccheccarino“! e “wow” sia da persone equilibrate e sane.

Indi per cui io, che ho dei criteri selettivi ben precisi sui quali mi baso per far si che altri individui attraversino quella linea gialla che contorna le mie periferie organiche sperando di sfiorare me medesima, sarei la disadattata sociale.

L’altra sera mi è successo di avere una discussione proprio su questo.

D’altra parte è inutile insistere su quanto io debba aprirmi ed evitare muri e barriere emotive verso chi “non conosco ancora” basandomi su pensieri e sentori avuti appena vista e/o minimamente ascoltata l’altra persona, purtroppo è piu’ forte di me.

La cosa grave è che se incontrassi un’altra come me so che anche io le darei probabilmente della snob, ma mi è proprio impossibile varcare la soglia dell’umanità spicciola: questa cosa fa parte del mio essere e mi rende ciò che sono, come la cocaina e la fantagrammatica caratterizzano Lapo Elkann.

Un marchio di garanzia.

Fatte queste premesse, ci sono delle categorie che dovranno fare un po’ piu’ fatica di tutti gli altri bipedi ambulanti sulla terra, e dunque sono:

  • Gli sportivoni.

A me lo sport non piace. Lo trovo inutile, tedioso, sfiancante e subdolamente competitivo. Quando ero una bambina con il sogno di trovare la cura per la fibrosi cistica e di vincere il premio Pulitzer, quei due psicolabili dei miei genitori pensavano che io dovessi fare necessariamente sport: sono passata dalla pallavolo (conati di vomito) al basket, tennis, attraversando poi la piscina comunale, il percorso a ostacoli ginnico e persino palla tamburello. Si, tamburello.

I risultati? mi annoiavo e anche se dopo un po’ per pura inerzia diventavo decentemente brava comunque mi annoiavo perchè volevo provare qualcosa di nuovo.

Alla fine tornavo a casa lievemente tonica ed esuberante come Piero Pelù dopo una puntata di Voice.  Hanno inventato i Kellog’s, la droga,Diva e donna e le creme snellenti/tonificanti. Quindi lungi da me stringere amicizie improbabili con chi dedica la sua vita a spruzzare acido lattico da tutti i pori. 

  • I cinofili estremisti

Mi fanno paura. Sinceramente, quanto può essere sano un rapporto morboso con il proprio cane? Non capisco quelle persone che a un aperitivo continuano a parlare a ruota del proprio quadrupede manco fosse il figlio appena sgravato di un mese e tre giorni

“ah guarda sto bene, solo che Frizzy ieri ha avuto una colica e mi ha fatto stare in pensiero. Sono stata tutta la notte in piedi a cambiarle il pannolino”.

Orrore. 

Sono cinefila, non cinofila. Grazie.

 

  • i citazionisti

Sono i miei preferiti. E’ facile riconoscerli: intasano la bacheca degli ignari amici di citazioni abbastanza banali per poi scrivere un loro autentico pensiero due volte all’anno (spesso in linea con gli argomenti della D’Urso su canale 5 il pomeriggio precedente).

Non si sbilanciano mai su nulla: usano i colori pastello, portano spesso i capelli legati, non si truccano mai in maniera “distintiva” nè cercano di attirare l’attenzione in alcun modo ispirandosi alla tappezzeria del locale/stanza in cui si trovano: in caso contrario c’è il rischio altissimo che possano mostrare di avere della personalità.

 

  • Quelli che non hanno dei generi musicali d’appartenenza.

Qui è d’obbligo un distinguo: a meno che tu non abbia sviluppato nel corso degli anni il tuo gusto/stile personale e poi abbia conosciuto il principe azzurro a cavallo di una Harley con tanto di tatuaggio degli Iron Maiden (se condividi il genere) per poi sposartelo all’istante, dovresti entrare in psicoanalisi.

Seriamente.

La musica è una delle piu’ alte espressioni umane; non c’è niente che sia in grado di rappresentare ciò che siamo piu’ della musica. Chi non ha mai avuto edificanti conversazioni del tipo “abbassa il volume! questa non è musica!/fatti i cazzi tuoi, non capisci un cazzo!” con i propri genitori non può capire.

Ascoltare musica indipendentemente le prime volte sancisce un vero e proprio patto con te stesso, l’io profondo che impari lentamente a conoscere. Tu sei tu, ti piace questo genere perchè ti senti cosi, te ne senti rappresentato e, anche se un giorno dopo i Metallica e i Sex Pistols ascolterai Battisti il periodo di ribellione causata dal distacco fisiologico del cordone ombelicale ti apparterrà per sempre. 

Non si può non avere la propria identità musicale plasmandola su gusti e crescite altrui, rispondendo odiosamente a chi chiede “cosa ascolti?” la temibile frase “un po’ di tutto“.

 

Queste categorie, se messe insieme in una specie di potentissima reazione ad altissimo rilascio di energia libera, crea la categoria degli “scolapasta“: termine coniato da una mia collega per indicare chi ha la stessa personalità e savoir faire dello strumento culinario sopracitato.

E io, con gli scolapasta, a parte gli spaghetti non ho nulla da spartire.Immagine

Ho scoperto di essere una Flip-flopper.

L’altro giorno, disquisendo con una collega (universitaria: non sia mai che crediate io possa lavorare davvero) su quanto siamo nella merda fino al collo e sul fatto che, alla fine, ci laureeremo cosi tardi che i laboratori cesseranno di esistere e ci saranno solo automi impossibilitati alla contrazioni virali che costruiscono navicelle per Marte, mi sono accorta di quanto mi basti veramente poco per cambiare opinione.

Dopo ore di lacrime, sangue, urla e whisky liscio mi sono ritrovata ad aver cambiato opinione sulla mia vita e l’universo in generale almeno una ventina di volte.

Immagine

Sono passata, drasticamente, dal ritenermi una sfigata dimmerda a una ragazza che comunque ha delle “alte potenzialità, fiuto per gli affari e abbastanza paraculaggine per non scadere nel suicidio populista“, dalla delusione piu’ grande che i miei genitori possano avere (mio padre lo capì quando da dipendente Telecom mi vide, impotente, entrare in Vodafone con spavalderia) a unica salvezza in un mondo di mediocri dal discutibile modo di vestire (c’è qualcosa di peggio dei mediocri? si: i dolcevita rosa confetto con forzati motivi retrò).

A mia discolpa posso dire che la vita che conduco con la grazia di un ippopotamo nella fontana di Trevi non mi fornisce esattamente spunti per essere spesso coerente. 

Appena ho l’occasione anche minima per deprimermi come si deve sbronzandomi piangente e invocando una fine impietosa, ecco che l’occasione per essere felice spunta dietro l’angolo, tipo: Il parziale d’esame ha un voto troppo basso (cecchini, please!) e il Prof mi manda un’email dovo posso ancora sostenere gli altri due e sperare di raccogliere anche un misero diciotto cosi da laurearmi con ancora l’università esistente (non mi sorprenderei se su Marte decidessero di abolirla e creare corsi di formazione sotto un’altro nome: quella terrestre fa davvero schifo).

Il Flip-flopper non riesce mai a decidersi e cambia continuamente opinione. E io lo criticherei anche, se non fosse che un mese fa ho deciso di farmi crescere i capelli e la settimana scorsa li ho di nuovo tagliati (ma d’ora in poi li lascerò crescere per davvero).

E’ quello che, nel gioco di matrice americana “tromba/ama/uccidi” non sa mai decidersi davvero e cambia continuamente il verbo, saltando da un’ipotesi all’altra.

E’ il nevrotico che si gira e rigira il menu tra le mani leggendo a voce alta tutti i piatti del menù con versi di piacere per poi dire al cameriere “ancora 5 minuti”.

E’ quello che pianifica mesi prima il budget da usare per lo shopping del mese e poi esaurisce tutto per comprarsi Somatoline

Si, è un’autodenuncia.

Alla fine di tutto, comunque, trovo che essere un flip-flopper sia estenuante, distruttivo, terribile.

Mi piace.