Fashion Sadness, politically uncorrect

Benvenuti nell’era del “Bianconesimo”

Ci sono un mucchio di motivi per cui Francesco Bianconi merita la mia adorazione:

francesco-bianconi

  • E’ in grado di portare i capelli  stirati e unticci senza sembrare necessariamente un tossico
  • Mi fa venire voglia di tirare fuori dall’armadio i miei peggio vestiti vintage per atteggiarmi ad indie
  • Malgrado tutto, sotto massiccia dose di alcolici a base di rum, è in grado di non stonare.

Ignoro se la massa abbia le mie stesse motivazioni per trovarlo un grande cantautore ed un sentito e sensibile interprete, ma immagino che non debba essere facile gestire tutto il successo che improvvisamente ti travolge sei sei di provincia, toscano e asociale.

Insomma, come diceva intimidito Jhonny Depp “è difficile gestire un successo che in realtà non volevi”. Certo.

Ultimamente il processo di Bianconizzazione sta raggiungendo davvero l’apice, scavalcando di gran lunga addirittura il Gagarismo, anche se potrò sentirmi davvero soddisfatta quando le ragazzine la smetteranno di emulare quella seccia di Belen con i suoi orrendi capelli arancioni simil “scusa se mi sono finite le doppie punte nella tua pinta”.

La domanda è: è a questo che l’evoluzione sociale ci sta portando? alla finzione dell’intellettualismo? alla credenza di poter sbeffeggiare una presunta stratosferica cultura usando sempre la stessa camicia scolorita e lo stesso paio di pantaloni lerci? Una delle pecche di chi crede di avere dello stile innato è sicuramente la ripetitività nauseante.

Potrei anche tollerare una camicia al giorno per sette giorni purchè una settimana contenga otto dì, invece siamo ancora in questo universo dove Barbara D’urso decide di “volare all’estero” invertendo la rotta dei cervelli in fuga, quindi credo proprio che dovrò adattarmi e alla peggio pazientare.

A meno che non si sia aperto un nuovo discopub ispirato agli anni ’70 che distribuisce MDMA gratis evidentemente qualcosa

Il baffo è anni settanta.

Il baffo è anni settanta.

sta cambiando. E il verbo “cambiare” di solito non indica necessariamente un miglioramento. Una cosa che il sound maturo dei Baustelle ha portato è l’incredibile ondata di ex hipster (che sono a suon di ironia anche peggio degli hipster fatti e finiti) che si proclama fan di Bianconi & Co.

Avete notato anche voi che Bianconi & Co. potrebbe essere il nome di una multinazionale? Brutti complottisti che non siete altro.

Ondata infoiata dedita all’imitazione completa e totale. Ancora, comunque, non ho capito a cosa serva fotografare posa ceneri e scarpe in bianco e nero collegandoli al gruppo in questione ma sono fiduciosa e conto di arrivarci almeno per metà settembre.

Comunque sia ho prenotato il parrucchiere per un bel taglio carrè con frangia venerdi’ e sabato mi aspetta l’armadio di mia nonna con dei pezzi intramontabili da provare.

Au revoire.

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Ormonauta

Il mio week end è stato piu’ insofferente del vostro.

 Uno dei ricordi piu’ nitidi che conservo ancora dei miei 16 anni è l’attivismo politicamente scorretto che mia nonna aveva nei confronti della promozione del parto naturale.

Attivismo in cui cercava di coinvolgermi dicendo che non c’è nulla di piu’ bello e naturale di un parto e che, alla fine, come ogni cosa della vita, basta spingere. Prospettiva rosea e ottimistica che svanì con la sua frase “ah aspetta, ma tu soffri durante il ciclo, si? E no, allora soffrirai durante il parto come un cane. Mi spiace.

Credo sia stato in quel momento che abbia realizzato quanto il dolore e la sofferenza trovino sempre il modo di entrare in modo del tutto inaspettato nel nostro quotidiano.

Anche quando ne avevamo un lieve sentore.

Anche quando, forse, eravamo pronti a riceverle.

L’esempio di questa tragicomica verità è stato il mio ultimo (e corrente) fine settimana. E non mi riferisco solo al fatto di essere lasciata sola durante il ciclo con mia sorella, non mi riferisco al dover pagare due rate insieme di condominio tanto meno al film struggente misto tra horror e tragedia che ho visto, no.

Mi riferisco a queste cose tutte insieme.

Il tempismo di chi sta con te nel lasciarti “solo per due giorni” nei momenti meno opportuni è quasi come l’ultimo film di Polansky: sconvolgente. Comunque sia, ho passato gli ultimi due giorni in compagnia di mia sorella che, giocando con la cagna e facendo finta di studiare non mi ha propriamente risollevato la voglia di vivere. Quella di vedere horror invece, essendo lei una cinefila, si. 

Allora ci siamo buttate anima e corpo e birra in uno degli ultimi film prodotto da Guillermo del Toro, La madre.

La madre (Mama) è un film horror del 2013 diretto da Andres Muschietti e prodotto da Guillermo del Toro, che ha per protagonista Jessica Chastain.

La pellicola è il lungometraggio di Mamàcortometraggio in lingua spagnola del 2008 scritto e diretto da Andres Muschietti, presentato ufficialmente dallo stesso del Toro in un apposito video a poche settimane dall’uscita italiana del film.

Il film da principio promette bene: una storia intrisa di mistero e giallo dove due bambine vengono salvate da un’anima in pena che le cresce per 5 lunghi e tenebrosi anni, immersi in una foresta innevata e deserta. 

Il problema si presenta quando le pargole vengono ritrovate dalla polizia: non solo hanno la civiltà e la capacità d’espressione di Calderoli ma è evidente che l’entità materna non sarà felicissima di condividerle con la famigliola underground che vorrebbe rieducarle e reinserirle nella società. 

Le scene clou da urlo non mancano, interessante la grafica (sembra a tratti di vedere un film di Burton) leggera, toni non troppo pesanti e presenze da volti piu’ umani non tolgono nulla alla suspance e non banalizzano il senso stesso del film. 

Quello che piu’ mi è piaciuto, non so, chiamatela sensibilità da ormonauta, è stata la morale: alla fine, nel destino che crediamo essere già stato segnato con tutte le obbligazioni e le conseguenze di scelte precedenti, c’è sempre la possibilità di scegliere e di essere consapevole dell’esistenza di un sacrosanto libero arbitrio. 

E in questi due giorni di alti e bassi, di assenze, di domande e di risposte avevo bisogno di vedere come sia possibile uscire da situazioni solo in apparenza irreparabili, come sia facile e spontaneo reagire e schierarsi nonostante fantasmi e sensi di colpa ancora nitidi.

Io per esempio, conoscendo mia sorella, non avrei avuto dubbi sul fatto che avesse scelto di stare con l’ectoplasma.

 

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“L’amore di una madre è per sempre” cit.

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Ormonauta

Haters gonna hate

Quando a diciassette anni, per colpa di un uragano improvviso e violento, rischiai la vita causandomi un trauma cranico per essermi schiantata contro una finestra, ebbi da ridire anche sul mio ipotetico salvatore: puzzava.

Ed aveva approfittato della situazione per palpeggiarmi i fianchi e le cosce (è risaputo che agli irlandesi piacciano i fianchi e le cosce delle donne).

Comunque sia, senza andare troppo a ritroso, l’odio che mi contraddistingue spesso raggiungendo irragionevoli picchi per l’universo intero trova sempre il modo di esprimersi. Come i geni. Dei geni egoisti, cattivi e manipolatori.

All’inizio pensavo fosse solo relativo a determinati periodi, inutile dire, ormonali. Magari la fame improvvisa, un progetto andato male, Rita Dalla Chiesa alle tre del pomeriggio senza insulti da censurare, non saprei: la rabbia mi coglie alla sprovvista ed ecco il veleno sputato che condisce commenti al vetriolo.

Mi ci sono volute intense sedute di auto-psicoanalisi e annullamento totale della mia proverbiale auto referenzialità per riuscire a capire, alla fine, da cosa derivi questo mio disagio: la maggior parte degli esseri umani mi sta sul culo. E la cosa peggiore è che finiscono per salirmi sul culo anche chi proprio mi andava bene, in una sorta di destino irrecuperabile e squallido.

Piu’ rapidamente della nutella e della maionese sui Findus.

L’esempio a me piu’ vicino indice di quanto io sia volubile e lunatica è stata la discussione con una blogger (di successo) che, prima che mi scrafagnasse continuamente i coglioni con questa storia di quanto sia super-fico e cool essere single, mi piaceva.

Mi piaceva per tante cose: per lo stile descrittivo che adotta, per il modo di ironizzare senza risultare superficiale, per la trattazione che sfocia nell’emotivo e sentimentale senza essere stucchevole.

Si, insomma: mi piaceva. Mi faceva ridere. Mi faceva pensare.

Poi, improvvisamente, di fronte l’ennesimo pezzo su questa farsa dell’accoppiato triste e frustrato mi sono rotta i coglioni. Non ce l’ho fatta piu’. E’ una vita che io soffro come una cagna legandomi a persone con seri problemi mentali subendone gli altalenanti umori, immolandomi nel nome di un amore che non c’era (dall’altra parte, almeno), credendo che litigare tutti i giorni e ferirsi fosse la norma e arrivando a sperare che forse, l’unica via di salvezza, fosse cambiar cappella singletudine.

Poi, da brava Bridget Jones, io Mike Darcy l’ho trovato. E dopo un primissimo periodo di fisiologico scombussolamento con relativa perdita di capacità creativa (perchè il vero artista deve soffrire per poter creare, deve stare male, sputare il sangue sulla tela, la tastiera, le corde qualunque sia lo strumento che usa per sparare in faccia ciò che pensa della vita) detto ciò si, avevo perso un po’ della mia verve e mi sentivo Biancaneve senza la mela: una psicopatica che parla ai cervi.

Alla fine, con del sano training autogeno, ho ripreso in mano le redini del mio squallore e nonostante la sentimentale felicità e serenità sono riuscita a ritrovare il sarcasmo e l’ironia di cui ho sempre fatto largo uso, trovando il modo di continuare ad insultare ed umiliare almeno il 60% del pianeta.

Fatta questa premessa si, sono una hater: riverso rancore intriso in commenti inutili e acidi un po’ ovunque e nonostante i fallimenti quotidiani e non, continuo a credermi “sto cazzo” perchè non ho paura di smadonnare, di fare le cose da sola, di starmene senza fare una ciola tutto il giorno solo perchè voglio passarlo a scrivere e vedere film che pochi comprendono.

Nonostante la felicità privata, da brava hater, continuo a seminare odio e a dire la mia.

E cosi sono riuscita a litigare anche su altrui blog, perchè nonostante tutto c’è una cosa in particolare che mi sta sul culo: il qualunquismo.

Perchè è facile voler essere famosi e celebri dicendo ciò che la massa di single e sfigati in amore vuole sentirsi dire: che sono strafighi, dei super eroi e che non è assolutamente colpa loro se anche Darth Fener non li vuole manco pe niente.

Sappiate che se siete delle merde è solo colpa vostra: avere un caratteraccio è come essere intelligenti. Sono “qualità” scomode e bisogna saperci convivere.

Tuttavia non abbandonate le speranze: qualunque hater può trovare il proprio hater entrando in questo alone di felicità senza perdere il savoir faire di Crudelia De Mon.Immagine

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Ormonauta

Il mio amico “scolapasta”

Tra le varie ed eventuali cose che mi sono state dette tanto per etichettarmi in qualche concepibile modo, cercando di descrivere la mia abominevole e terrorifica figura, c’è stato l’aggettivo esilarante “troppo selettiva“.

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Che poi, traducendolo in lingua pagana dovrebbe essere letto come “te la tiri“, “elitaria“, “con la puzza sotto il naso“, “snob” e dulcis in fundo “arida“.

Adesso, nel corso della mia vana esistenza, sono stata chiamata in molti modi orrendi: acida, stronza, opportunista, alcolista (sebbene sia una verità di fatto ben diversa da un’opinione), cinica, Carmen etc. etc. ma ci tengo a precisare che spesso, la gente comune, ritiene che fare amicizia anche con il divano di casa propria e descrivere tutto con “maccheccarino“! e “wow” sia da persone equilibrate e sane.

Indi per cui io, che ho dei criteri selettivi ben precisi sui quali mi baso per far si che altri individui attraversino quella linea gialla che contorna le mie periferie organiche sperando di sfiorare me medesima, sarei la disadattata sociale.

L’altra sera mi è successo di avere una discussione proprio su questo.

D’altra parte è inutile insistere su quanto io debba aprirmi ed evitare muri e barriere emotive verso chi “non conosco ancora” basandomi su pensieri e sentori avuti appena vista e/o minimamente ascoltata l’altra persona, purtroppo è piu’ forte di me.

La cosa grave è che se incontrassi un’altra come me so che anche io le darei probabilmente della snob, ma mi è proprio impossibile varcare la soglia dell’umanità spicciola: questa cosa fa parte del mio essere e mi rende ciò che sono, come la cocaina e la fantagrammatica caratterizzano Lapo Elkann.

Un marchio di garanzia.

Fatte queste premesse, ci sono delle categorie che dovranno fare un po’ piu’ fatica di tutti gli altri bipedi ambulanti sulla terra, e dunque sono:

  • Gli sportivoni.

A me lo sport non piace. Lo trovo inutile, tedioso, sfiancante e subdolamente competitivo. Quando ero una bambina con il sogno di trovare la cura per la fibrosi cistica e di vincere il premio Pulitzer, quei due psicolabili dei miei genitori pensavano che io dovessi fare necessariamente sport: sono passata dalla pallavolo (conati di vomito) al basket, tennis, attraversando poi la piscina comunale, il percorso a ostacoli ginnico e persino palla tamburello. Si, tamburello.

I risultati? mi annoiavo e anche se dopo un po’ per pura inerzia diventavo decentemente brava comunque mi annoiavo perchè volevo provare qualcosa di nuovo.

Alla fine tornavo a casa lievemente tonica ed esuberante come Piero Pelù dopo una puntata di Voice.  Hanno inventato i Kellog’s, la droga,Diva e donna e le creme snellenti/tonificanti. Quindi lungi da me stringere amicizie improbabili con chi dedica la sua vita a spruzzare acido lattico da tutti i pori. 

  • I cinofili estremisti

Mi fanno paura. Sinceramente, quanto può essere sano un rapporto morboso con il proprio cane? Non capisco quelle persone che a un aperitivo continuano a parlare a ruota del proprio quadrupede manco fosse il figlio appena sgravato di un mese e tre giorni

“ah guarda sto bene, solo che Frizzy ieri ha avuto una colica e mi ha fatto stare in pensiero. Sono stata tutta la notte in piedi a cambiarle il pannolino”.

Orrore. 

Sono cinefila, non cinofila. Grazie.

 

  • i citazionisti

Sono i miei preferiti. E’ facile riconoscerli: intasano la bacheca degli ignari amici di citazioni abbastanza banali per poi scrivere un loro autentico pensiero due volte all’anno (spesso in linea con gli argomenti della D’Urso su canale 5 il pomeriggio precedente).

Non si sbilanciano mai su nulla: usano i colori pastello, portano spesso i capelli legati, non si truccano mai in maniera “distintiva” nè cercano di attirare l’attenzione in alcun modo ispirandosi alla tappezzeria del locale/stanza in cui si trovano: in caso contrario c’è il rischio altissimo che possano mostrare di avere della personalità.

 

  • Quelli che non hanno dei generi musicali d’appartenenza.

Qui è d’obbligo un distinguo: a meno che tu non abbia sviluppato nel corso degli anni il tuo gusto/stile personale e poi abbia conosciuto il principe azzurro a cavallo di una Harley con tanto di tatuaggio degli Iron Maiden (se condividi il genere) per poi sposartelo all’istante, dovresti entrare in psicoanalisi.

Seriamente.

La musica è una delle piu’ alte espressioni umane; non c’è niente che sia in grado di rappresentare ciò che siamo piu’ della musica. Chi non ha mai avuto edificanti conversazioni del tipo “abbassa il volume! questa non è musica!/fatti i cazzi tuoi, non capisci un cazzo!” con i propri genitori non può capire.

Ascoltare musica indipendentemente le prime volte sancisce un vero e proprio patto con te stesso, l’io profondo che impari lentamente a conoscere. Tu sei tu, ti piace questo genere perchè ti senti cosi, te ne senti rappresentato e, anche se un giorno dopo i Metallica e i Sex Pistols ascolterai Battisti il periodo di ribellione causata dal distacco fisiologico del cordone ombelicale ti apparterrà per sempre. 

Non si può non avere la propria identità musicale plasmandola su gusti e crescite altrui, rispondendo odiosamente a chi chiede “cosa ascolti?” la temibile frase “un po’ di tutto“.

 

Queste categorie, se messe insieme in una specie di potentissima reazione ad altissimo rilascio di energia libera, crea la categoria degli “scolapasta“: termine coniato da una mia collega per indicare chi ha la stessa personalità e savoir faire dello strumento culinario sopracitato.

E io, con gli scolapasta, a parte gli spaghetti non ho nulla da spartire.Immagine

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Ormonauta

Ho scoperto di essere una Flip-flopper.

L’altro giorno, disquisendo con una collega (universitaria: non sia mai che crediate io possa lavorare davvero) su quanto siamo nella merda fino al collo e sul fatto che, alla fine, ci laureeremo cosi tardi che i laboratori cesseranno di esistere e ci saranno solo automi impossibilitati alla contrazioni virali che costruiscono navicelle per Marte, mi sono accorta di quanto mi basti veramente poco per cambiare opinione.

Dopo ore di lacrime, sangue, urla e whisky liscio mi sono ritrovata ad aver cambiato opinione sulla mia vita e l’universo in generale almeno una ventina di volte.

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Sono passata, drasticamente, dal ritenermi una sfigata dimmerda a una ragazza che comunque ha delle “alte potenzialità, fiuto per gli affari e abbastanza paraculaggine per non scadere nel suicidio populista“, dalla delusione piu’ grande che i miei genitori possano avere (mio padre lo capì quando da dipendente Telecom mi vide, impotente, entrare in Vodafone con spavalderia) a unica salvezza in un mondo di mediocri dal discutibile modo di vestire (c’è qualcosa di peggio dei mediocri? si: i dolcevita rosa confetto con forzati motivi retrò).

A mia discolpa posso dire che la vita che conduco con la grazia di un ippopotamo nella fontana di Trevi non mi fornisce esattamente spunti per essere spesso coerente. 

Appena ho l’occasione anche minima per deprimermi come si deve sbronzandomi piangente e invocando una fine impietosa, ecco che l’occasione per essere felice spunta dietro l’angolo, tipo: Il parziale d’esame ha un voto troppo basso (cecchini, please!) e il Prof mi manda un’email dovo posso ancora sostenere gli altri due e sperare di raccogliere anche un misero diciotto cosi da laurearmi con ancora l’università esistente (non mi sorprenderei se su Marte decidessero di abolirla e creare corsi di formazione sotto un’altro nome: quella terrestre fa davvero schifo).

Il Flip-flopper non riesce mai a decidersi e cambia continuamente opinione. E io lo criticherei anche, se non fosse che un mese fa ho deciso di farmi crescere i capelli e la settimana scorsa li ho di nuovo tagliati (ma d’ora in poi li lascerò crescere per davvero).

E’ quello che, nel gioco di matrice americana “tromba/ama/uccidi” non sa mai decidersi davvero e cambia continuamente il verbo, saltando da un’ipotesi all’altra.

E’ il nevrotico che si gira e rigira il menu tra le mani leggendo a voce alta tutti i piatti del menù con versi di piacere per poi dire al cameriere “ancora 5 minuti”.

E’ quello che pianifica mesi prima il budget da usare per lo shopping del mese e poi esaurisce tutto per comprarsi Somatoline

Si, è un’autodenuncia.

Alla fine di tutto, comunque, trovo che essere un flip-flopper sia estenuante, distruttivo, terribile.

Mi piace.

 

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cinepresa

Il mio week end è stato piu’ orrido del vostro.

o anche: l’orrido frutto della “festa del cinema”.

Finalmente in Italia si sono decisi a prendere d’esempio le nazioni europee, copiando senza vergogna programmi e progetti che (già da anni lontano da qui) vanno alla grande.

Purtroppo non mi riferisco a tasse, riforme pensioni e lavoro flessibile e duraturo, bensì alla Festa del cinema: progetto che da anni sbanca in Francia e che da quest’anno è approdato anche in Italia riportando gli italiani a vedere film con prezzi davvero stracciati (e non è uno slogan menzognero di H&M, credetemi).

Inutile dire che la scelta di film da guardare entusiasti non era molto rifornita: va bene fare la carità ma con moderazione. L’unico film che secondo me e la mia avventurosa comitiva (che in questa sede chiameremo “cuor di leone”) meritava di essere visto date le stelline della critica e la trama, era “La casa”: l’ultimo horror del 2013.

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Convincere chi non è amante del genere horror a vederne uno che promette anche scene splatter senza ritegno e contegno è come spiegare a un grande fan degli Oasis che i fratelli Gallagher sono dei rincoglioniti. Difficile.

Alla fine ce l’abbiamo fatta, ci siamo arresi difronte la novità e abbiamo deciso di sudare, tremare e gridare di fronte un maxi schermo senza l’assunzione di droghe.

Ormai l’hanno capito tutti: se si vuole avere un minimo di credibilità e quindi di successo nel mondo horror bisogna prendere film horror famosi e scopiazzarli senza pietà: dalla trama alle inquadrature, dalla fotografia alle interpretazioni.

La casa (Evil Dead) è un film horror del 2013 diretto da Fede Alvarez.

Il film è il remake del celebre La casa del 1981, che lanciò Sam Raimi. Oltre che essere prodotto dai noti RaimiCampbell eTapert (rispettivamente, il regista e sceneggiatore, il protagonista, e il produttore della trilogia originale), il film è il primo lungometraggio diretto dall’emergente uruguaiano Alvarez, tra gli sceneggiatori della pellicola.

Inutile dire che la trama è sempre la stessa: 5 ragazzi che decidono di passare un week end in una stamberga marciscente ai limiti del bosco, stavolta con una tossica in crisi d’astinenza che, come premio per l’impegno, verrà ripagata con uno stupro ad opera di ancora non l’ho ben capito  un “demone” nella foresta per poi essere posseduta e dare il via a una sequela interminabile di gesti efferati, amputazioni, violenza, urla, scene orride e misticismi.

In sostanza il film non è male, ne ho visti davvero di peggiori.

Certo la trama non è la carta vincente per attrarre l’attenzione e tenere incollato lo spettatore; la tensione per tutta la durata della pellicola è assicurata dalle scene forti e dalle riprese cupe.

Se non siete amanti del genere desistete: c’è un uso così smodato di sangue e affini che credo sia stato pubblicizzato ufficialmente dall’ AVIS.

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Ormonauta

La morte ti fa “bello”

ovvero  Andreotti: come si è visto e com’era davvero.

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Quando vidi per la prima volta, a cavallo tra la mia infanzia e quell’orrido periodo che le sopraggiunge, il film diretto da  Robert Zemeckis “la morte ti fa bella” pensai senza esitazioni che fosse un capolavoro.

Quello che sarebbe poi diventato un vero cult del cinema.

Il concetto che la morte stessa con l’evidente ed inevitabile decadimento fisico potesse fermarsi lasciando intatta e imprigionata l’anima continuando a vivere in un tempio costruito a botte di cipria e mascara era rivoluzionario, nonostante la ripresa Wildiana di un ritratto che invecchia lasciando, invece, intonso il corpo.

Quello che non avevo immaginato era la creazione di un detto che, mio malgrado, ho visto crescere e diventare una verità indiscutibile nel corso degli anni: la morte ti fa bello.

Nè mi sarei mai aspettata di sentire l’apologia (una volta trapassati) di personaggi inquietanti e sinistri in nome di ricordi mal interpretati e peggio rivissuti. Parlando chiaro: Sallusti questa arringa sul “supereroe” mancato passato a miglior vita compianto da tutta italia se la poteva evitare.

Andreotti era una persona che mentre le violenze, le sopraffazioni e le ingiustizie del potere ferivano per sempre l’anima del Paese, ne godeva i vantaggi quasi con pudicizia, convinto, forse non sempre a torto, che i costi umani fossero sempre inferiori alla prosperità economica di cui il Paese godeva

La sua era una recita, ma una recita grigia, sottotono, tagliata di tanto in tanto dalle sue famose battute ironiche e ciniche simili a squarci di luce in un pesante sipario nero dietro il quale accadeva quello che conta davvero.  

In quegli attimi di piccola violenza verbale Andreotti mostrava probabilmente il suo vero sé, ai suoi, agli avversari e a chiunque fosse in grado di leggere fra le righe. Messaggi in codice per iniziati mentre andava in scena la liturgia popolare del leader assennato e moderato che difendeva il Paese dai comunisti. 

Rispetto alla nuova generazione di burattinai Andreotti non aveva un ritratto in soffitta che invecchiava per lui, portava addosso le sue colpe e affrontava il conflitto con gli oppositori. Non ha mai pagato per questo, ma almeno ha corso rischi che i leader di oggi e del domani non correranno più.

Di lui sarebbe significativo e importante ricordarlo (davvero) per una delle sue tante lapidarie citazioni: “a pensar male si fa peccato ma si indovina”.

Chi altro può riuscire mai a descriverlo davvero se non egli stesso?

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