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Il tempo dei lampascioni

Lo so: il mio cane è un deficiente.

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Deficiente nel vero senso, deficiente perchè “deficie”, ha un deficit, manca di qualcosa.

Ha una mancanza.

Salsiccia è cosi, non ha avuto il lusso di farsi leccare la fregnetta dalla madre “fin quando ci vuole fin quando ce n’è” come direbbe Ligabue. Non ha avuto il contatto parentale, l’educazione al riconoscimento dei segnali tra altri cani e cagne vari, l’attenzione per l’altro, il silenzio per l’ambiente.

E’ cosi, parte in quarta, si butta, appena vede un esemplare dall’altra parte della strada è finita: come una salsiccia si rosola bene in padella, in quell’olio di empatia che ha solo lei tuffandosi nelle grinfie dell’altro come l’aglio e il rosmarino.

E nel suo ultimo tuffarsi io mi sono resa conto che, difficile da non notare, è giunto il momento anche per me. Il momento di buttarmi nelle cose, di provarci di piu’, di farlo in modo adulto e senza rete di sostegno sotto.

A prescindere da quello che mi è stato detto.

A prescindere da quello che mi è stato insegnato.

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L’ultimo tuffo Salsiccia lo ha fatto contro un bull terrier agguantato da una ragazzina, fasciato da questo elastico rosa che nemmeno il nastro di Battisti era rosa cosi, una pischella felice truccata alla Hepburn col brillantino al naso e lo smalto verde.

E in tutto quello sbrilluccicare e sfavillare prepuberale io non ho potuto fare a meno di notare il brillocco che il suddetto quadrupede mostrava sulla coda, appena alla base, tra le chiappe e il tronco dello scondinzolio. Ed è li che, con molto garbo e molto delicatamente io, che ho le giornate da premestruo emotivo (e cioè che mi girano i coglioni anche senza il premestruo fisiologico e per me questo girare e girare di maroni è dunque premestruo EMOTIVO) le ho detto:

scusa, ma che è sto coso?

Indicandolo bellamente con la punta del mio aggraziato piedino il brillocco rosato.

E lei, nella sua risata inconsapevole e nel suo balbettìo adolescenziale ha solo saputo dirmi

No no, tranquilla, non è un piercing, è attaccato con la colla!

E li ho pensato con amarezza che per me il tempo è passato davvero, perchè io il piercing al mio cane lo avrei fatto. Eccome.

Altrochè “art attack” del menga.

Amareggiata dalla riflessione tornavo a casa con Salsiccia al guinzaglio, pensando che il tempo è passato per me, che mi fa uno strano effetto vedere la coppia di amici che convive e che decide, fisime a parte, di aprirsi un bar e navigarci dentro.

Mi fa strano sentire gli amici che vanno a convivere per conto proprio.

Mi fa strano perchè mi sento ancora nella fase “studente fuorisede sfigato” con quel pizzico di adolescente attaccato addosso, e le paranoie e le paure e la passione e il sentimento pur non avendo il caschetto invidiabile di Sophie Marceau ( tantomeno la sua infinita gnoccaggine) che magari lei se lo può pure permettere di fare la pischella a vita con la sculettante sicurezza di chi ha il mondo davanti a se’ ben parato da un bordello di soldi.

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Senza rendermene conto il tempo passa, sta passando anche per me.

E mi ci devo buttare anche io, devo salire su questa giostra e farla girare, iniziare da un cavallo per poi saltarne un altro e un altro ancora fino a trovare quello gusto.

Essere a cavallo e cominciare a galoppare.

Se poi penso che il mio giro di giostra è iniziato, senza rendermene conto, mandando il mio curriculum vitae a bottega verde mi piglia un trombo cardiaco ventricolare.

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Fashion Sadness, politically uncorrect

Cagnezza mezza bellezza.

Mea culpa.

I cani non mi piacciono. Non mi piacevano quando, randagi, mi seguivano dalla scuola a casa e da casa alla pre-sbronza comitivale, non mi piacevano quando dovevo scansare l’odioso volpino isterico della buon’anima di mia nonna e non mi piacciono adesso invadenti sniffatori dell’altrui deretano.

Provo pietà però, questo si. Pietà quando il modello dell’arrivista tutta in tiro nelle cui vene botox e silicone si completano viene indicata e definita usando il sostantivo femminile di “canide”. Onnipresente.

Ovunque.

La cagna, per l’appunto.

La cagna è come il black, come il gay della compagnia e il Martini rose senza olive al localino cool con musica lounge di sottofondo: se non ce l’hai sei out. Se la conosci non la eviti. Te la tieni stretta perchè ti porterà lontano visto che “le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive ovunque” e le cagne anche a palazzo Chigi.Immagine

Inesorabilmente la cagnezza paga, questo è indubbio.

Mi è successo di vedere, nel negozio di animali in cerca di mangime “nutriente e vitaminico” per la cagna che vive sotto il mio stesso tetto trascinandosi maglioni demodè, un calendario fatto dall’ultima cagna (bipede) contro le pellicce. Perchè si, non avranno un gran cervello ma un grande cuore si. Ce l’hanno, eccome.

Ed è una delle caratteristiche che distinguono le cagne dal resto della popolazione mondiale. Vivaddio.

L’animalesca sensibilità animale.    Non è difficile incontrarle per la strada a manifestare contro “Anna Bella”, a decantare i diritti animali con cura e a storcere il naso incipriato dinanzi grigliate ben fornite. Tutto costruito e pensato nel minimo dettaglio e presentato usando una condivisibile e accattivante serietà (cioè che se io fossi animalista e mi vedessi la Brambilla a manifestare per ciò che penso e ciò che faccio qualche domandina inquietante me la farei).

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Diva e donna (e madre snaturata).      Nessuna cagna, nessuna rinuncerebbe mai ad una maternità. Nemmeno se vestisse solo di orride eco-pellicce alla gorilla scuoiato senza pietà trascinandosi dietro la povera creatura (non il gorilla, il figlio) e il compagno rimbambito. Nemmeno difronte la tremenda consapevolezza di stare rovinando una giovane vita. Nulla la distoglierebbe dalla maternità che avanza e che sta tanto bene su riviste patinate con foto un pò osè.

La spontaneità.     Loro non sono costruite, provocanti, scandalose. Sono “spontanee”. Vere.

E’ diverso.

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Il sentimentalismo storico.    E’ periodico. Ogni cagna che si rispetti, durante la vita, dopo una miriade di stronzate a bassa ripresa deve sciropparsi una bella intervista da una delle madrine del dramma catodico smarmellando la minchia con considerazioni banalmente sentimentali:

Si, lo so, ho sbagliato. Quando ti ritrovi in una brutta comitiva

è difficile capire cosa è giusto e cosa non lo è. E cosi decisi che

dare la mia sgnacchera a tre pornodivi difronte una telecamera

non era una idea cosi cattiva. Non sapevo che fare. Mi annoiavo.

Mi pare giusto, anche perchè diciamolo, combattere la noia con un bel primo piano sulla fregna indossando sistematicamente tre parrucche di colore diverso mi sembra una idea alquanto geniale.

Encomio a Sara Tommasi, che ora i vasi, comunque, ha deciso di non ciucciarli più.

Che ha capito cosa vuole e cosa non vuole, come essere figa e come non essere sfigata, quanto sia importante arraffare soldi nel corso degli anni sventolando via le mutande per non sentirsi una perdente. E nonostante tutto, credere nell’ Amore con la A maiuscola. Perchè il successo non l’ha cambiata, non le cambia mai. Ci nascono cosi.

Loro rimangono sempre “le ragazze della porta accanto”. Sono cosi, dolcemente complicate.

Che poi, nel profondo, c’è una cagna in ognuna di noi.

 

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