gratuite paturnie, politically uncorrect

Dimmi che facoltà scegli e ti dirò cosa non sarai.

“L’estate sta finendo” cantava qualcuno che sinceramente non ricordo e non ho voglia di andare a colmare la mia lacuna musicale del momento e, volendo essere banali, effettivamente si: le università italiane riprenderanno le attività e le lezioni pur con le pezze al culo. Con esse, miriadi di giovani e presuntuosi talentuosi studenti si immatricoleranno pieni di speranze e illusioni.

Ed io, dopo un mese condito di spiagge, mare, spiagge, birra, spiagge, posti abitati da discutibili abitanti e spiagge non potevo non perdere l’occasione di dispensare la mia perla del mese in questo momento cosi delicato e importante per l’istruzione personale: la scelta di cosa si vuole fare “da grande”.

Detto ciò, ecco una semplice guida universitaria sulla fauna che incontrerete.

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  • Farmacia e CTF

Ci sono due validi motivi per cui scegliere di immatricolarsi:

  1. Il vostro paparino è la gallina dalle pillole d’oro e siete seduti sui cuscini di una grande e grossa farmacia provinciale,
  2. Vi piacciono le droghe.

Nel primo caso: spero possiate bruciare all’inferno, stronzi. Auguri!

Nel secondo caso: qualunque cosa voi facciate e pensiate mentre siete intenti a coltivare la vostra personalità cinematografica e a guardare tutti con aria di “tantotunonpuoicapire” state lontano dalle preparazioni in polvere nei laboratori e non inzuppate l’indice in qualunque preparazione farmacologica stiate analizzando: la lingua del mio migliore amico sembrava un cappello di Lady Gaga. Per chi se lo stesse chiedendo si, lui fa parte della seconda categoria.

Non sarete Dr. Jeckill: non inventerete la “medicina dell’anno” e non vi servirà sballarvi in giro per sentirvi socialmente utili.

 

  • Medicina e Chirurgia

Ok, avete superato il fatidico test d’ammissione: macchebravi! Ora che avete fatto piangere di commozione mamma e papà avete analizzato almeno per una buona oretta quello che (davvero) vi attende?

Prima di sentirvi Lana del Rey intervistata da Fazio forse dovreste vedere i vosti futuri colleghi intenti a maledire il presente, temere il futuro e rimpiangere il passato: il tirocinio in ospedale può essere una gran brutta cosa senza una buona scorta di metadone.

Non sarete il Dr.House: smettetela di inventarvi nuove diagnosi per nuove (sfavillanti) malattie: solitamente le patologie sono sempre le stesse, i pazienti sono anziani che confonderanno presto “anale” con “orale” e ragazzine che berrano lavande vaginali come se fossero tisane alla menta.

In bocca al lupo!

 

  • Chimica

Oddio, ricordo la mia prima visita al dipartimento di Chimica: si respira frustrazione e ansia da prestazione. Chi sceglie questa via masochista e sadomaso ha tutta la mia comprensione (credo) e stima. E’ già abbastanza complicato studiare gli acidi invece di farseli e ideare battute sempre diverse pensando all’ossido nitrico, figuriamoci sentire ogni giorno la frase “ma dovrai andare all’estero, eh!”.

Da nevrosi.

Magari non sarete in corsa per il Nobel e la prima domanda che vi faranno dopo la laurea sarà su com’è il “menu’ baby completo+bibita a scelta” ma di sicuro avete buone probabilità di diventare cabarettisti professionisti.

 

  • Scienze Naturali

In assoluto i miei studenti preferiti. Vestono sempre come se all’improvviso dovessero partire per un’escursione nei boschi, i loro colori preferiti sono tutti quelli che possono aiutarli a mimetizzarsi in qualunque habitat scelgano di vivere e ti riempiono casa di piante che poi lasciano seccare ogni volta che vanno via in qualche posto isolato “a contatto con madre natura”.

Sono totalmente immersi nel loro ideale accademico: amano gli animali, l’ambiente, leggono “national Geographic” e ti guardano come se stessi ballando con uno scolapasta in testa al tuo “No, non amo stare sotto il solleone delle tre a passeggiare in montagna osservando la fauna locale in via d’estizione, grazie.”

Non sarete Bear Grylls, per l’amor del cielo smettetela di infilarvi in posti assurdi lontano dalla civiltà e dal buon senso e di mangiare piatti etnici e cibi inconsueti: non credo che la madre del vostro/a ragazzo/a apprezzerà gli scarabei caramellati al pranzo di nozze.

 

  • Ingegneria

Uno dei miei incubi ricorrenti subito dopo l’esame di maturità era quello di essere iscritta ad ingegneria: matematica, matematica e ancora matematica.

Esiste qualcosa di piu’ brutto? Forse. Sembra essere ancora una facoltà d’estrazione prettamente maschile, quindi aggiungeteci orde di maschietti convinti di salvare il mondo costruendo Mazinga e Transformers vestiti in giacca e cravatta dal primo giorno di lezione o, in alternativa, nerd fissatissimi con i fumetti della Marvel (yuppi!)

Non sarete mai e poi mai Tony Stark: non progetterete il robot del millennio, non salverete il pianeta terra e non avrete una segretaria sexy che si bagna al vostro sontuoso passaggio. Vi chiederanno di lavorare gratis e, stanchi della magra situazione italiana, emigrerete all’estero (molto probabilmente in Germania).

Prima lo accetterete e meglio sarà.

 

  • Architettura

Ecco a voi gli artisti della scienza, i disneyani del sapere, gli stilisti degli edifici demodè. Con loro l’arte diventa costruzione e concettualità, praticità e anticonformismo. Ok, ho finito di impersonare Carla Gozzi, comunque: arricciano il naso come se sentissero puzza di uova marce quando si parla di ingegneri perchè, a quanto voci maligne dicono, gli architetti non dovrebbero esistere essendoci già ing. civili ed edili ma, dico io, perchè tarpare le ali all’arte?

Via libera a ponti di dubbio gusto e pilastri fantasiosi, dunque!

Non sarete Renzo Piano: c’è nè solo uno e mi pare abbia già fatto abbastanza. Grazie.

  • Design

Se la biologia e le cose strane e molto piccole non mi fossero piaciute avrei scelto questa facoltà. Non so come vivano gli studenti in maniera dettagliata ma so che si strafalciano i maroni tra lezioni di progettazione e programmi di disegno. Devono essere molto creativi (una sedia fatta di contenitori di uova biologiche non si costruirà da sola, miei cari) e cercano sempre di unire la praticità e l’inventiva all’impatto zero sull’ambiente. Costruttivo, no? Avete mai provato ad usare una loro lampada in fase di ultimazione? Personalmente avrei sempre paura di una esplosione improvvisa. Sono sicura che le forze militari reclutino designer per camuffare nuove armi di distruzione individuale. Lavoro, disegno, lavoro e tanto karma, infondo “Roma non è stata costruita in un giorno” e nemmeno l’Ikea.
Sarà difficile entrare a far parte delle menti creative (e un po’ inquietanti) del colosso mobiliare sopra citato: dopo tutta la sbobba fatta rovistando tra le discariche non vorrette mettervi anche a imparare lo svedese, no?

 

  • Biotecnologie

Misantropi diffidenti e aciduli, passano il tempo a fantasticare su creature geneticamente modificate e applicazioni biotecnologiche innovative, tipo vestiti che trasmettono la vitamina C solo indossandoli e che si ricarichino al sole. Usano i cromosomi per fare battute da NERD che in pochi capiscono e cercano sempre di manipolare e/o modificare tutto ciò che li circonda, cane incluso. Si riempiono d’orgoglio quando devono spiegare alla nonna e agli zii cosa studiano (salvo poi maledire i loro professori altrettanto sadici e minacciare il consiglio accademico di passare a Biologia).

Ho incontrato, qualche mese fa, una futura matricola universitaria completamente affascinata dal DNA e dalle modificazioni genetiche. Gli occhi le brillavano parlando di pipette e reazioni a catena della polimerasi e sognava di entrare nei RIS di Parma.

Poverina.

Non sarete Peter Parker, non vi morderà un ragno OGM e non vi trasmetterà dei fantastici super poteri. Al massimo romperete il gel per l’elettroforesi, esperienza che nella vita vi servirà immensamente (all’estero).

 

  • Giurisprudenza

La facoltà che conta, in assoluto, il numero piu’ alto di iscritti: ambizioni sociali e umanitarie o ambizioni economiche?

Ovviamente sta a voi come viverla e il perchè della vostra scelta. Sappiate, comunque, che la strada è lunga, la specializzazione è lunga e l’unica cosa che potrà salvarvi dall’annegare tra scartoffie burocratiche sarà l’adesione totale ad una incrollabile fede politica: ho conosciuto dei veri imbecilli che si sono fatti strada solo perchè hanno capito la parte giusta da seguire in toto.

Non farete parte dei grandi team protagonisti della tv: che sia la vecchia scuola di Ally Mc Beal o altro che fortunatamente ho la forza di NON seguire. Sarete in un mare di studenti con un mare di nozioni da imparare a memoria e non ci sarà nessun tailleur alla moda a salvarvi da questo brodo primordiale.

“cosi è, se vi pare”. 

  • Beni culturali e Lettere

Relax. Spegnete i cellulari, palmari, tablet e/o pc. Qui tutto è tranquillo, rilassante, bello da vedere e sentire.

E’ tutto molto accomodante: dalle ambietazioni ai prof. ed è raro trovare studenti con frequenti crolli nervosi (a meno che non siano invischiati in borse di studio e quant’altro: in tal caso i suicidi non sono cosi rari).

Chiunque abbia a che fare con l’arte è sereno, dedito alla contemplazione, in pace con se stesso. Ed io li invidio da morire soprattutto per il self-control nel non strozzare tutti quelli che li guardano come se fossero un branco di ritardati.

Non sarete Julia Roberts in “Monnalisa smile”: insegnare è un lusso che non si potranno permettere nemmeno i vostri nipoti. Scordatevi allievi sorridenti e cattedre pulite: addio relax, benvenuto zoloft.

 

  • Fisica

Non ho mai capito perchè gli studenti di Fisica finiscano sempre per somigliare a dei cantanti metal: capelli lunghi, barba incolta, vestiti trasandati. Inutile dire che sia le ragazze che i ragazzi vivono in mondi totalmente astratti dalla realtà: avere a che fare con personalità cosi psicolabili interessanti può essere un’esperienza grandiosa e al tempo stesso terribile.

Poi un bel giorno decidono di evolversi: tagliano i capelli e diventano persone serie mettendo su famiglia (in Inghilterra).

Non sarete Majorana: non scomparirete nel nulla lasciando nel mondo la vostra indelebile fama, anzi. Dovrete spiegare a vostro figlio perchè avete scelto di studiare fisica quando potevate fare la rock star. Auguri!

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  • Economia e commercio

Il prossimo sguattero incazzato con il mondo che proferirà la temibile frase “ah! il mondo è degli economisti” avrà in premio un armadio foppapedretti completamente montato con ante fissate e chiodi di ricambio. Sulla testa. E’ già insopportabile vedere questo ammasso di gente tiratissima tra i banchi che si atteggia a grande manager del prossimo futuro, dobbiamo anche sopportare i vaneggiamenti del complottista medio? Scusate la citazione di Scalfaro ma no, “io non ci sto”.
Non sarete Briatore: non sposerete una calabrese in cerca di popolarità (nel frattempo saranno tutte già emigrate a Londra) e non chiamerete vostro figlio con il nome di un animale protetto dalla forestale. Avrete il tempo solo di chiamare improbabili clienti dalla vostra postazione nel call center a Milano. Rassegnatevi e smettetela di sventolarci sotto il naso quelle orribili vuitton: vi serviranno come caparra quando dovrete lasciare il superattico per vivere in un gabbiotto in tangenziale.

  • Psicologia

Una volta avevo un amico (ho detto “una volta”) che mi fece notare quanto, nella stragrande maggioranza dei casi, chi scelga di studiare psicologia abbia dei problemi personali da risolvere. Io non la penso cosi. Semplicemente adorano sentirsi utili alla collettività dispensando consigli a pagamento e disprezzando gli psichiatri. E’ difficile trovare una specializzazione che abbia un senso in questa facoltà: sono tantissime le casistiche in cui uno psicologo professionale e ben formato può essere d’aiuto ma, diciamolo, alcune anche no.
I peggiori sono sicuramente quelli che attuano il “salto della quaglia” da una facoltà di base ad un’altra per inseguire il sogno di una figura professionale che in Italia non esiste, tipo il “criminologo”. L’unica volta che ho letto questa parola era in televisione, scritta sotto il faccione truccato e infardato di una milfona con le ciglia finte. Non era un porno.
Smettetela di vedere “the mentalist” o robe del genere: in Italia scarseggiano i magistrati, figuriamoci se abbiamo il tempo di inventarci nuove figure professionali. In alternativa il telefono azzurro cerca dipendenti. In bocca al lupo.

  • Scienze politiche

Chi disse, tempo fa, che si dovrebbe togliere il valore legale alla laurea sicuramente stava pensando a questa facoltà. Avete presente Bossi e figlio? il duo biologico che da solo basta a mettere in discussione le leggi di Darwin sulla presunta evoluzione umana con alla base le scimmie? Ebbene, davvero pensate che serva una laurea “specialistica” per entrare in politica? Se nel corso gli esami principali sono “antologia della presa per il culo” e “tautologie del nuovo millenio” allora si. Banale dire che si dividono in due categorie: quelli di destra e quelli di sinistra, ovvero: quelli che si specializzeranno nel raccattare elettorato ricco in qualche lounge bar di prestigio e quelli che faranno comizi nei centri sociali. In ogni caso: tra convincere e vincere c’è di mezzo un “con”. Attenti a scegliere le vostre alleanze.
Non sarete mai un importante politico italiano: mi spiace dirlo ma sono ancora i medici e gli avvocati i vincenti ed i rappresentanti in questo paese. Sarebbe bello se uno studente con la passione politica e degli obiettivi reali e concreti si facesse strada in questo lerciume, ma la realtà è questa e la cannabis è illegale.

  • lingue

ah, le lingue! Quanta speranza e ambizione spruzzate ad occhio su questo percorso di studi sfaccettato e intrigante! C’è chi lo dipinge come “la panacea di tutti i mali” e chi lo indica come il porto sicuro di chi davvero non sa che cazzo fare della sua vita. Personalmente credo che sia un po’ inutile studiare tremila lingue quando non si conosce bene nemmeno la prima lingua che il mondo usa per comunicare. No, non mi riferisco ai messaggi sul sesso esplicito ma all’inglese. Qual’è il senso di studiare il russo quando in un qualunque congresso estero si parla in inglese e le decisioni vengono prese in inglese? Per abbordare l’ucraina tettona alla stazione del bus, direte voi. E io non posso che darvi ragione.
Non sarete traduttori di fama mondiale in giro per il mondo. O meglio: è improbabile che lo diventiate. Ci vogliono impegno, soldi per le scuole di interpretariato che costano come donare un rene ogni due settimane, impegno, soldi, soldi, soldi e sostanzialmente soldi. Se ce li avete buon per voi! (scrivetemi in privato, ore pasti. Grazie)

  • Medicina veterinaria

Quando ero una fanciullina curiosa del mondo circostante e con un ancora bassissimo livello di rancore dentro il mio giovane cuoricino anche io, ahimè, sognai per un breve periodo di tempo di diventare una veterinaria. Si. Una di quelle con il camice e le siringhette colorate che esamina le orecchie pelucheose di conigli e gattini. Evidentemente a mia mamma non piaceva l’idea, cosi decise di smorzare il mio entusiasmo dicendomi che un veterinario non si limita certo a curare gattini e pucciosi animali d’affezione, bensì dona sollievo a tutto il regno animale ed in particolare alle mucche e tori che possono soffrire di una improvvisa e dolorosa stitichezza e che, perciò, necessitano di una approfondita ispezione rettale fatta con energica passione infilando le braccia fino al gomito ed oltre ed espellendo, cosi, la tonnellata di cacca che un animale di quella mole può essere in grado di accumulare nelle settimane. Ricordo di aver abbandonato immediatamente il sogno di curare gli animali per prediligere quello di curare le persone. Poi mi resi conto che sempre di letame si tratta e forse, col senno di poi, meglio quello autentico che camuffato quotidianamente.
Non sarete mai “Barbie veterinaria” e “ken assistente veterinario”: puzzerete tutto il giorno, infilerete le dita in posti che mi rifiuto di scrivere su questo blog e credetemi, sarà ardua mantenere la messa in piega e il rossetto mat della Maybelline fresco e idratante fino a sera. In compenso vedrete placente di cavalla e vomito di cane intossicato dal bastardo di turno. Yeeeeah!

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Ormonauta

Il mio week end è stato piu’ insofferente del vostro.

 Uno dei ricordi piu’ nitidi che conservo ancora dei miei 16 anni è l’attivismo politicamente scorretto che mia nonna aveva nei confronti della promozione del parto naturale.

Attivismo in cui cercava di coinvolgermi dicendo che non c’è nulla di piu’ bello e naturale di un parto e che, alla fine, come ogni cosa della vita, basta spingere. Prospettiva rosea e ottimistica che svanì con la sua frase “ah aspetta, ma tu soffri durante il ciclo, si? E no, allora soffrirai durante il parto come un cane. Mi spiace.

Credo sia stato in quel momento che abbia realizzato quanto il dolore e la sofferenza trovino sempre il modo di entrare in modo del tutto inaspettato nel nostro quotidiano.

Anche quando ne avevamo un lieve sentore.

Anche quando, forse, eravamo pronti a riceverle.

L’esempio di questa tragicomica verità è stato il mio ultimo (e corrente) fine settimana. E non mi riferisco solo al fatto di essere lasciata sola durante il ciclo con mia sorella, non mi riferisco al dover pagare due rate insieme di condominio tanto meno al film struggente misto tra horror e tragedia che ho visto, no.

Mi riferisco a queste cose tutte insieme.

Il tempismo di chi sta con te nel lasciarti “solo per due giorni” nei momenti meno opportuni è quasi come l’ultimo film di Polansky: sconvolgente. Comunque sia, ho passato gli ultimi due giorni in compagnia di mia sorella che, giocando con la cagna e facendo finta di studiare non mi ha propriamente risollevato la voglia di vivere. Quella di vedere horror invece, essendo lei una cinefila, si. 

Allora ci siamo buttate anima e corpo e birra in uno degli ultimi film prodotto da Guillermo del Toro, La madre.

La madre (Mama) è un film horror del 2013 diretto da Andres Muschietti e prodotto da Guillermo del Toro, che ha per protagonista Jessica Chastain.

La pellicola è il lungometraggio di Mamàcortometraggio in lingua spagnola del 2008 scritto e diretto da Andres Muschietti, presentato ufficialmente dallo stesso del Toro in un apposito video a poche settimane dall’uscita italiana del film.

Il film da principio promette bene: una storia intrisa di mistero e giallo dove due bambine vengono salvate da un’anima in pena che le cresce per 5 lunghi e tenebrosi anni, immersi in una foresta innevata e deserta. 

Il problema si presenta quando le pargole vengono ritrovate dalla polizia: non solo hanno la civiltà e la capacità d’espressione di Calderoli ma è evidente che l’entità materna non sarà felicissima di condividerle con la famigliola underground che vorrebbe rieducarle e reinserirle nella società. 

Le scene clou da urlo non mancano, interessante la grafica (sembra a tratti di vedere un film di Burton) leggera, toni non troppo pesanti e presenze da volti piu’ umani non tolgono nulla alla suspance e non banalizzano il senso stesso del film. 

Quello che piu’ mi è piaciuto, non so, chiamatela sensibilità da ormonauta, è stata la morale: alla fine, nel destino che crediamo essere già stato segnato con tutte le obbligazioni e le conseguenze di scelte precedenti, c’è sempre la possibilità di scegliere e di essere consapevole dell’esistenza di un sacrosanto libero arbitrio. 

E in questi due giorni di alti e bassi, di assenze, di domande e di risposte avevo bisogno di vedere come sia possibile uscire da situazioni solo in apparenza irreparabili, come sia facile e spontaneo reagire e schierarsi nonostante fantasmi e sensi di colpa ancora nitidi.

Io per esempio, conoscendo mia sorella, non avrei avuto dubbi sul fatto che avesse scelto di stare con l’ectoplasma.

 

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“L’amore di una madre è per sempre” cit.

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cinepresa

Il mio week end è stato piu’ orrido del vostro.

o anche: l’orrido frutto della “festa del cinema”.

Finalmente in Italia si sono decisi a prendere d’esempio le nazioni europee, copiando senza vergogna programmi e progetti che (già da anni lontano da qui) vanno alla grande.

Purtroppo non mi riferisco a tasse, riforme pensioni e lavoro flessibile e duraturo, bensì alla Festa del cinema: progetto che da anni sbanca in Francia e che da quest’anno è approdato anche in Italia riportando gli italiani a vedere film con prezzi davvero stracciati (e non è uno slogan menzognero di H&M, credetemi).

Inutile dire che la scelta di film da guardare entusiasti non era molto rifornita: va bene fare la carità ma con moderazione. L’unico film che secondo me e la mia avventurosa comitiva (che in questa sede chiameremo “cuor di leone”) meritava di essere visto date le stelline della critica e la trama, era “La casa”: l’ultimo horror del 2013.

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Convincere chi non è amante del genere horror a vederne uno che promette anche scene splatter senza ritegno e contegno è come spiegare a un grande fan degli Oasis che i fratelli Gallagher sono dei rincoglioniti. Difficile.

Alla fine ce l’abbiamo fatta, ci siamo arresi difronte la novità e abbiamo deciso di sudare, tremare e gridare di fronte un maxi schermo senza l’assunzione di droghe.

Ormai l’hanno capito tutti: se si vuole avere un minimo di credibilità e quindi di successo nel mondo horror bisogna prendere film horror famosi e scopiazzarli senza pietà: dalla trama alle inquadrature, dalla fotografia alle interpretazioni.

La casa (Evil Dead) è un film horror del 2013 diretto da Fede Alvarez.

Il film è il remake del celebre La casa del 1981, che lanciò Sam Raimi. Oltre che essere prodotto dai noti RaimiCampbell eTapert (rispettivamente, il regista e sceneggiatore, il protagonista, e il produttore della trilogia originale), il film è il primo lungometraggio diretto dall’emergente uruguaiano Alvarez, tra gli sceneggiatori della pellicola.

Inutile dire che la trama è sempre la stessa: 5 ragazzi che decidono di passare un week end in una stamberga marciscente ai limiti del bosco, stavolta con una tossica in crisi d’astinenza che, come premio per l’impegno, verrà ripagata con uno stupro ad opera di ancora non l’ho ben capito  un “demone” nella foresta per poi essere posseduta e dare il via a una sequela interminabile di gesti efferati, amputazioni, violenza, urla, scene orride e misticismi.

In sostanza il film non è male, ne ho visti davvero di peggiori.

Certo la trama non è la carta vincente per attrarre l’attenzione e tenere incollato lo spettatore; la tensione per tutta la durata della pellicola è assicurata dalle scene forti e dalle riprese cupe.

Se non siete amanti del genere desistete: c’è un uso così smodato di sangue e affini che credo sia stato pubblicizzato ufficialmente dall’ AVIS.

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cinepresa

Italians do it better

o anche  perchè i paesi esteri si divertono a rendere un vero schifo dei cult italiani?” 

La sera precedente ad un giorno di festa nazionale, per me, è sempre fonte di disagio e distruzione.

Non dico necessariamente fisica ma mentale sicuramente si. Mi sono accorta, infatti, non solo di non poter assolutamente controllare questa successione di eventi sfortunati e indicibili, ma anche di esserne coinvolta benchè decida di chiudermi in casa a guardare la televisione dopo una cena ipercalorica e varie bevande gassate.

In realtà, tutto quello che volevo (e dico davvero: era la prima volta che sapevo davvero fino in fondo cosa volessi) era rilassarmi e non pensare a nulla che alterasse il mio già precario equilibrio psicologico.

A quanto pare non avevo considerato i pessimi registi americani con le loro fissazioni pseudo horror e il loro amore nel rasentare l’assurdo nei loro polpettoni “pro teen”. Cosa che, se tenessero lontane le loro dita appiccicose di salsa barbecue e ketchup dai cult mi andrebbe anche bene, come disse qualcuno di famoso o magari mia nonna, non ricordo  “vivi e lascia vivere”.

Invece, proprio ieri, vigilia della festa dei lavoratori mi sono imbattuta nel classico polpettone per ragazzini con i primi pruriti ma che faticano a lasciare il mondo dei fumetti e delle sfere pokè: il film (rigorosamente di produzione USA) basato sul fumetto italiano cult. Dylan Dog.Immagine

Il film, girato dal regista canadese (e non venitemi a dire “avevi detto registi americani!” perchè per quanto mi riguarda i canadesi sono degli americani di serie B con la fissa per l’ambiente e gli orsi) Kevin Munroe, non si limita ad ispirarsi al fumetto, bensì ne rappresenta la storia riprendendo il personaggio principale che si ritrova ad interpretare il ruolo di indagatore dell’incubo malgrado i suoi iniziali rifiuti.

Da principio la prima cosa che salta all’occhio è la fotografia: non potete davvero pensare di portare un fumetto sulla scena cinematografica senza toni chiaro-scuri ed effetti noir anni ’50. Un fumetto come quello di Tiziano Sclavi soffre del distacco da carta e inchiostro, rappresentarlo luminoso e appariscente è stuprarne l’anima.

Da affezionata lettrice il colpo al cuore è arrivato con la frase dell’interprete principale del film, Brandon Routh, che come se niente fosse spara dall’inzio alla fine del lungometraggio due o tre “giuda ballerino” con l’enfasi di un Giletti ubriaco. Non ha assolutamente nulla del protagonista cartaceo: non l’aspetto trascurato, non la tormentata anima, non lo sguardo spesso assorto nè la sensibilità malcelata.

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Per niente rappresentativo il suo assistente: un certo Marcus (chi diavolo è? qualcuno me lo può spiegare che fine ha fatto Groucho Marx? Era troppo politicamente scorretto per i produttori americani dar vita a un personaggio schizofrenico e dai forti e sarcastici richiami comunisti?) imbranato patologico tanto da scadere nel finto carattere, che immediatamente viene ucciso per poi diventare un petulante zombie. La ciliegina sulla torta è l’intreccio del film: una trama quasi incomprensibile dove subentrano una miriade di terzi personaggi tra vampiri con tutta la sacra famiglia, licantropi e discendenti, supermercati per non-morti e tradizioni che richiamano le sette sataniche anni 70′, il tutto condito con la ragazzina carina bellina tutta in tiro che, da agnellino ingenuo diviene, all’ultimo momento, guerriero a caccia di mostri con uno scopo ben preciso.

Tanto per dire che alla fine il “colpo di scena” c’è. Almeno quello.

Luca Raffaelli de la Repubblica dopo aver visto il film lo ha definito «un buon film di serie B che prende ispirazione da un grande fumetto di serie A» sottolineando che dentro al personaggio interpretato da Brandon Routh «non c’è niente» a differenza del Dylan Dog originale che «usa l’horror per parlare di altre cose».

Secondo Roberto Nepoti della stessa testata «non c’era bisogno di scomodare il fumetto italiano di culto per mettere in scena un nuovo episodio di Underworld […] È un teenmovie di serie B. Solo più costoso».

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Per Maurizio Porro del Corriere della Sera il film merita un voto di tre su 10, perché è una «emanazione spuria, violenta, noiosa del fumetto di Sclavi», un «horror mimato, più che recitato, da Brandon Routh che ha l’espressività di un sasso palestrato» con alcuni spunti divertenti che «affogano tristi tra le viscere».

Secondo Anna Maria Pasetti de il Fatto Quotidiano il film contiene una complessiva «superficialità narrativa, registica e creativa» e vederlo «è come assistere alla trasformazione di una collezioneArmani in American Apparel».

Per Maurizio Acerbi de il Giornale il film è «un palliativo» ben lontano dal fumetto a partire dal protagonista che «di emaciato non ha nulla».

Paola Casella di Europa trova nel film molti elementi che lo fanno sembrare un culttrash, come gli effetti speciali e il personaggio di Marcus, ma dimenticandosi la fonte e vedendolo «nella sua dimensione camp artigianale e nella sua totale mancanza di pretese è anche divertente». Secondo Dario Zonta de l’Unità è «una boiata pazzesca, in sé, come film e non solo come adattamento».

Federica Aliano per Film.it ha criticato duramente il film, definendolo «ben peggiore di tutte le più buie aspettative» ed ha evidenziato la distanza col fumetto: «Il sapore più adulto del capolavoro di Tiziano Sclavi non è mai stato ottenuto con lo splatter dei magnifici disegni, ma con un’introspezione psicologica e con proiezioni spaventose nel reale degli incubi e delle paure più profonde dei personaggi e dei lettori stessi».

Secondo Marianna Cappi di MYmovies è «un film essenzialmente rivolto a un pubblico adolescente» con una trama prevedibile che «converge al fine ultimo del protagonismo assoluto di Brandon Routh» la cui interpretazione, dopotutto, «non è da buttare».

BadTaste.it critica l’interpretazione degli attori (Routh è «talmente superficiale da risultare irritante»), la sceneggiatura «che riesce nella straordinaria impresa di copiare qua e là» e gli effetti speciali definiti «delle maschere di carnevale comprate al supermercato».

Federico Gironi di Coming Soon Television, valuta il film separandolo dal materiale originale e trova molti rimandi a UnderworldBuffy l’ammazzavampiri o a True Blood che trasformano il film «in un omogeneizzato, in un prodotto buono per palati giovanissimi e senza troppe strutturazioni gustative» con una regia che, però, «evita d’irritare lo spettatore e azzecca un paio di gag di alleggerimento».

Critiche negative arrivano anche da Marco Lucio Papaleo di Everyeye.it che dà al film un voto globale di 5 su 10: «Tecnicamente Dylan Dog – Il film non è male e a tratti intrattiene pure. Ma non è Dylan Dog. E se pure rimpiazzassimo tutti i nomi […] avremmo solo un film curato, ma sostanzialmente inutile e già visto».

Anche Roberto Castrogiovanni di Movieplayer.it tenta di non paragonare il film al fumetto, ma anche così facendo «non tutto è perfetto» e il problema più grande è «nel soggetto di partenza e nell’elaborazione della sceneggiatura»: lo sviluppo si rivela prevedibile, la costruzione dei dialoghi è modellata su stereotipi abusati e Brandon Routh rimane un semplice action man.

Per Luca Maragno di Best Movie il film ricorda una puntata di un serial TV che riesce a strappare qualche risata voluta, ma anche qualcuna involontaria e merita un voto di 1 su 5.

Il medesimo voto è dato anche da Luca Castelli che su Il Mucchio Selvaggio scrive: «Non che il film di Kevin Munroe sia il più brutto della storia: in giro si vede anche di peggio. Ma per il lettore del fumetto, già il semplice accostamento appare un sacrilegio. Dylan Dog è il Rupert Everett di 35 anni. Groucho Marx è il Groucho Marx del 1935. Craven Road è Craven Road di Londra, non Rue Craven a New Orleans. E Dylan non è un investigatore privato, ma l’indagatore dell’incubo. E sempre lo sarà».

Dal mondo del fumetto le critiche non sono state migliori e per Paola Barbato, sceneggiatrice, i cam­bia­menti sono andati contro «il con­cetto proprio di Dylan Dog»: «Il rispetto per il per­so­nag­gio è fon­da­men­tale, poi la resa esterna può cam­biare».

Secondo Roberto Recchioni, sceneggiatore, è «un film brutto e piccolo», mentre per Mauro Boselli, il creatore di Dampyr, «il film ha tradito lo spirito del personaggio alla ricerca di una facilità narrativa da telefilm». Tiziano Sclavi inizialmente ha preferito non approfondire questo argomento. In seguito in un’intervista a l’Unità ha affermato: «Il film non l’ho visto e non mi piace. […] Dire che il film non l’ho visto e non mi piace è un modo per dire che non mi va di parlarne. La vicenda della cessione dei diritti di Dylan è troppo intricata per spiegarla al pubblico, ed è fonte per me solo di incazzatura (e non uso a caso questa parola forte)». Su la Repubblica XL ha ribadito che anche «quando il film uscirà in blu-ray non lo vedrò e non mi piacerà», spiegando di aver potuto leggere la sceneggiatura senza diritto di veto.

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A fronte di una critica giustamente e razionalmente spietata non resta che concludere con una semplice e quanto mai pertinente citazione: “il film Dylan Dog “Dead of Night” è una cagata pazzesca”.

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La mia vita è un horror giappocinese

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Avete presente quei periodi in cui tutto inizia a cambiare e prima di potervene accorgere vi ritrovate in situazioni nuove con il cavalcante pericolo di rimanere con il culo per terra? Ecco. Benvenuti nel club. Tanto per cominciare, felicità a parte, dopo mesi di neve e freddo è arrivata la primavera. Si. Quella stagione che tanto piace agli antistaminici e alle ragazzine aventi come modello di vita Heidi. Sia chiaro: non voglio passare per l’anziana che si lamenta prima del gelo aspettando il sole per poi bestemmiare senza ritegno i “trenta gradi all’ombra” (nonostante la pensione e  reumatismi che ti costringono a letto rappresentino per me una alternativa alquanto allettante) ma un Aprile cosi mi fa pensare ad un prossimo suicidio estivo. A proposito di suicidi e morte in generale, chiunque abbia visto un qualunque horror giappocinese non potrà non ammettere quanto siano terribili, con trame assurde, contraddizioni e ulteriori personaggi che subentrano come Bruno Vespa dopo un efferato delitto. Senza parlare della fotografia e della sete di vendetta incontrollabile che il fantasma di turno mostra di avere verso il genere umano in toto (che megalomani questi asiatici). Mi sono resa conto di:

1) provare una rabbia furiosa verso chi mi fracassa i coglioni e resta impunito.  Credetemi, adesso il mestruo non centra nulla. Alle volte ho davvero il desiderio di strisciare  come una serpe (in seno) sotto il letto del/lla malcapitato/a appostandomi a dovere per poi sbucare fuori a tempo debito ricoperta di salsa Conad e con una forchetta in mano. Immagine

2) istigare le forze maligne affinchè ciò che solitamente va bene mi vada di merda. E’, effettivamente, un talento che ho sempre avuto: non faccio altro che tirarmela da sola. Piu’ mi sforzo di essere accettabilmente una non disadattata sociale piu’ la scarpa del destino che mi coglierà in fronte sarà pesante, puzzolente e causa di disagio. Immenso disagio.

3) guardare foto vecchie e improponibili di amici restando allibita. va bene, questa è una dipendenza. Una malsana, fuori controllo e inconcepibile dipendenza. Appena posso, durante un periodo malinconico e ozioso (cioè quasi sempre) mi fiondo sul profilo della vittima e vado a ritroso negli album fotografici fino ad arrivare a immagini e/o video sconcertanti che mi shockano togliendomi il respiro in cerca, nel mio subconscio, di chissà quale malcelata verità. Magari semplicemente per dirmi “ah! vedi? da quando ci sono io nella sua vita ha un profilo piu’ interessante”. Non ho ancora capito bene perchè io perda il mio tempo in questa cosa da psicolabile, ma infondo cazzeggio cosi tanto che una cagata vale l’altra e poi la sensazione che mi da spilucchiare in cerca di foto orrende è uguale a quella di una bella grattata in risposta ad un violento prurito. Aggressiva e dolorosa grattata. Immagine

4) essere incoerente ai limiti dell’umano. I colpi di scena mi sono sempre piaciuti, ma cinema e sceneggiature ora non centrano un cazzo. Un buon regista non può fare assolutamente nulla contro una paranoica visionaria. Ho passato mesi a crogiolarmi nelle mie indecisioni dovendo fare scelte importanti o meno, il dissidio tra la parte ottimista e tollerante e quella stronza e opportunista è una costante della mia vita. Nonostante mi sforzi di essere una persona migliore ogni giorno, magari vegana e con una ammirazione sviscerata per Terzani, il mio lato oscuro vince sempre. Cosi finisco per trangugiare spinacine, abbondare di maionese e bere superalcolici affogando nel’incoerenza. Immagine

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Vieni avanti, creativo!

Io non dico che devono essere tutti Tarantino.

Non dico che a tutti deve piacere la tensione che attanaglia lo stomaco, gli sguardi diretti di quelli che durano un minuto, la strategia pura e l’odio profondo.

La vendetta e la rabbia, che in alcuni film è LA rabbia.

Non lo pretendo.

“de gustibus non disputandum est” lo so pure io che non ho fatto il classico e non mi diletto a scrivere stati in latino straccia coglioni tanto per far vedere il mio sommo savoir faire accademico.

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Mea culpa: le americanate non mi piacciono. Non mi piacciono quelle classiche dove il denaro è protagonista assoluto (che senza quello la ciola ti faceva il filmone del pathos costruito a botte di fumogeni) e non mi piacciono quelle melensoidi dalle storie d’amore scontate e travagliate, senza senso e annacquate di doppi sensi, con tanta coda ma nessuna testa (tantomeno quella interpretativa ed emotiva).

Ho mal sopportato l’avvento di Twilight. Cioè, mal sopportato è un eufemismo: l’ho portato sul culo, proprio. Tutta questa tendenziosa romanticità spiattellata in tre film al grido deflagra coglioni “lei si che lo ha cambiato!” come se la deficiente illusa di poter cambiare una merdaccia rappresentasse la nuova frontiera dell’eroismo rosa.

Ho provato a interpretarlo diversamente, ho provato a vederlo da diversi punti di vista e angolazioni ma c’è stato poco da fare: la saga di Twilight è una cagata pazzesca.

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E anche se non sono in un fim in b/w, anche se non faccio il ragioniere e non ho un cognome ridicolo ( o almeno mi illudo di non averlo) io lo dico che mi ha fatto cagare.

La cosa inquietante è che, ormai, il pianeta clitorideo si divide in due zone: la zona femminista, agguerrita, con i peli sotto le ascelle in fotosintesi, e la zona rosea “culodibambino” tutte principesse della Walt Disney. L’orrore non è soltanto dato dalla loro semplice esistenza ma dalla totale mancanza di comunicazione e di espressione di una entità “di terzo ordine” tra le due.

Ovvero, come recitava un famoso spot: o cosi, o Pomì.

Dicotomia discutibile che sembra essere avvallata e promossa dalle nuove tendenze cinematografiche: o fai la guerriera che si nutre di intestini rivoltati o sei la principessa sul pisello (altrui).

Ora, mi va anche bene l’americanata bellica dove c’è sempra una sorca che combatte mezza nuda dalle tette massicce e antiproiettili con brevetto da salvagente approvato, ma da quando invece per fare un film degno di questo nome abbiamo bisogno della pischella con i pruriti adolescenziali che si innamora e poi si tromba e poi si sposa il mostro di turno?

Da quando i vampiri non si impalano piu’ e sono loro a impalarci?

Da quando gli zombie provano dei sentimenti mentre mangiano il cervello di quello che era (buon’anima) il tuo ultimo ragazzo?

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Io sono cresciuta con Ken Shiro, i cavalieri dello zodiaco, Silent Hill e Buffy.

E a casa mia, dove vivo io, nel mio mondo dove l’Imu ce lo terremo e gli esodati sono degli esondati col culo per terra senza bisogno di acqua, i mostri si abbattono.

Si abbattono perchè altrimenti abbattono te.

E io con uno che ti succhia il sangue e ti mangia il cervello non ci voglio stare. Per me, il cinema, è quello che ti racconta una storia, una storia con gli sguardi, le mani, poche parole, tante riprese sbagliate e strumenti caserecci.

Per me, il cinema, è la nouvelle vague di Godard e Fellini.

E no, non lo accetto che ci si possa innamorare di una creatura disumana.

Non lo accetto perchè il cinema non può raccontare l’ennesima storia di una donna che si innamora di chi ti succhia e ti mangia. Di qualcuno che non se lo merita tutto l’amore del mondo, di qualcuno che  di “pane amore e fantasia” non sa che farsene.

Da adesso, da poco, non lo accetto piu’.

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