Perchè Sanremo tira fuori il peggio di noi.

Non importa che voi siate impiegati con velleità da scrittore o imprenditori fissati con il marketing estremo, vi sintonizzerete comunque su Rai 1 per guardare quello che da sempre è la cartina di tornasole della fauna artistica nazionale: il festival di Sanremo non risparmia nessuno.

Basta scorrere la home di un qualunque social per rendersi conto di quanto la settimana del Festival ingombri il profilo di tutti. Ognuno ha da dire la propria, ognuno ha il suo personalissimo modo di recepire i pezzi in gara, giudicare la presentazione delle serate e la conduzione del programma.

Senza remore e senza rimorsi.

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L’impatto dei social nella vita quotidiana crea una combo invincibile tra “questo lo avrei cantato meglio pure io” e “quanti soldi hanno speso per fare sta cagata?” degli italiani, un’antologia di commenti ridondanti e riflessioni istintive sparate come proiettili su una folla di ribelli. Il problema, in realtà, non è mai la qualità intriseca del lavoro di direttori artistici e degli artisti presi di mira ma l’importanza che la gara sembra avere per tutti, tanto da scomodare articolisti di testate giornalistiche piuttosto serie, opinionisti con anni di gavetta alle spalle e politici benpensanti, basti pensare che anche un tema caldo e delicato come quello del ddl Cirinnà sembra discusso e combattuto dal palco dell’Ariston a colpi di frange colorate e commenti al vetriolo.

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La cosa che più mi affascina di questo fenomeno mediatico è quanto il giudizio non sia minimamente (e seriamente) puntato sui cantanti in gara e sulle loro melense canzoni ma si concentri sulle tette della Ghenea, sui presunti zigomi rifatti di Garko, sull’incredibile sfumatura marrone di Conti. Il divertimento con cui si sparano minchiate a profusione sentendosi un vero critico d’arte difronte una tela malfatta è la vera moda del momento, un clichè ormai iscritto negli annali.

Il bignami di questo Festival? Garko non sà leggere nè il gobbo nè parlare nè presentare: dovevano metterci il nipote della vicina di casa al suo posto, la Ghenea sopra quelle tette impertinenti ha del cervello, lo ha dimostrato sporcandosi di cioccolato nel dopo Festival, Virginia Raffaele? Brava ma vorremmo vederla che “imita se stessa” (questa ancora me la devono spiegare) e Conti è stato riconfermato perchè, nonostante il suo discutibile e imperfetto modo di condurre, ha dimostrato di saper fare scelte intelligenti come invitare la Kidman sottoponendole domane veramente idiote.

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Naturalmente oltre la pioggia di critiche proveniente da gente preparata artisticamente come il suocero dell’amico di mio cugino c’è anche molto “sentimento”: un esempio è l’indignazione alle battute fatte sul maestro Bosso, guai a parlare male di un uomo costretto sulla sedia a rotelle, passi trattare come bambocci virtuali i co-presentatori ma c’è un limite a tutto, ovviamente ” siamo tutti uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”.

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Quello che maggiormente attrae del Festival di Sanremo è l’estrema socialità e apertura del format, una competizione che si mostra da sempre aperta e d’impatto, questa disponibilità mediatica fa in modo che si crei una specie di incantesimo sul pubblico che non diventa più semplice spettatore e giudice di canzonette ma vero e proprio Deus ex machina in grado di capire come risollevare le sorti artistiche di questo paese, un’illusione amara che rende Sanremo una triste fiera dove ognuno si sente sempre migliore di qualcuno altro.

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L’unico dato di fatto che si trae dalle reazioni a questo programma è che non sappiamo ancora quale sia la differenza tra “buoni” e “buonisti” e “sentimenti” e “sentimentalisti”.

 

 

 

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La mia vita è un horror giappocinese

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Avete presente quei periodi in cui tutto inizia a cambiare e prima di potervene accorgere vi ritrovate in situazioni nuove con il cavalcante pericolo di rimanere con il culo per terra? Ecco. Benvenuti nel club. Tanto per cominciare, felicità a parte, dopo mesi di neve e freddo è arrivata la primavera. Si. Quella stagione che tanto piace agli antistaminici e alle ragazzine aventi come modello di vita Heidi. Sia chiaro: non voglio passare per l’anziana che si lamenta prima del gelo aspettando il sole per poi bestemmiare senza ritegno i “trenta gradi all’ombra” (nonostante la pensione e  reumatismi che ti costringono a letto rappresentino per me una alternativa alquanto allettante) ma un Aprile cosi mi fa pensare ad un prossimo suicidio estivo. A proposito di suicidi e morte in generale, chiunque abbia visto un qualunque horror giappocinese non potrà non ammettere quanto siano terribili, con trame assurde, contraddizioni e ulteriori personaggi che subentrano come Bruno Vespa dopo un efferato delitto. Senza parlare della fotografia e della sete di vendetta incontrollabile che il fantasma di turno mostra di avere verso il genere umano in toto (che megalomani questi asiatici). Mi sono resa conto di:

1) provare una rabbia furiosa verso chi mi fracassa i coglioni e resta impunito.  Credetemi, adesso il mestruo non centra nulla. Alle volte ho davvero il desiderio di strisciare  come una serpe (in seno) sotto il letto del/lla malcapitato/a appostandomi a dovere per poi sbucare fuori a tempo debito ricoperta di salsa Conad e con una forchetta in mano. Immagine

2) istigare le forze maligne affinchè ciò che solitamente va bene mi vada di merda. E’, effettivamente, un talento che ho sempre avuto: non faccio altro che tirarmela da sola. Piu’ mi sforzo di essere accettabilmente una non disadattata sociale piu’ la scarpa del destino che mi coglierà in fronte sarà pesante, puzzolente e causa di disagio. Immenso disagio.

3) guardare foto vecchie e improponibili di amici restando allibita. va bene, questa è una dipendenza. Una malsana, fuori controllo e inconcepibile dipendenza. Appena posso, durante un periodo malinconico e ozioso (cioè quasi sempre) mi fiondo sul profilo della vittima e vado a ritroso negli album fotografici fino ad arrivare a immagini e/o video sconcertanti che mi shockano togliendomi il respiro in cerca, nel mio subconscio, di chissà quale malcelata verità. Magari semplicemente per dirmi “ah! vedi? da quando ci sono io nella sua vita ha un profilo piu’ interessante”. Non ho ancora capito bene perchè io perda il mio tempo in questa cosa da psicolabile, ma infondo cazzeggio cosi tanto che una cagata vale l’altra e poi la sensazione che mi da spilucchiare in cerca di foto orrende è uguale a quella di una bella grattata in risposta ad un violento prurito. Aggressiva e dolorosa grattata. Immagine

4) essere incoerente ai limiti dell’umano. I colpi di scena mi sono sempre piaciuti, ma cinema e sceneggiature ora non centrano un cazzo. Un buon regista non può fare assolutamente nulla contro una paranoica visionaria. Ho passato mesi a crogiolarmi nelle mie indecisioni dovendo fare scelte importanti o meno, il dissidio tra la parte ottimista e tollerante e quella stronza e opportunista è una costante della mia vita. Nonostante mi sforzi di essere una persona migliore ogni giorno, magari vegana e con una ammirazione sviscerata per Terzani, il mio lato oscuro vince sempre. Cosi finisco per trangugiare spinacine, abbondare di maionese e bere superalcolici affogando nel’incoerenza. Immagine