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La mia vita è un horror giappocinese

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Avete presente quei periodi in cui tutto inizia a cambiare e prima di potervene accorgere vi ritrovate in situazioni nuove con il cavalcante pericolo di rimanere con il culo per terra? Ecco. Benvenuti nel club. Tanto per cominciare, felicità a parte, dopo mesi di neve e freddo è arrivata la primavera. Si. Quella stagione che tanto piace agli antistaminici e alle ragazzine aventi come modello di vita Heidi. Sia chiaro: non voglio passare per l’anziana che si lamenta prima del gelo aspettando il sole per poi bestemmiare senza ritegno i “trenta gradi all’ombra” (nonostante la pensione e  reumatismi che ti costringono a letto rappresentino per me una alternativa alquanto allettante) ma un Aprile cosi mi fa pensare ad un prossimo suicidio estivo. A proposito di suicidi e morte in generale, chiunque abbia visto un qualunque horror giappocinese non potrà non ammettere quanto siano terribili, con trame assurde, contraddizioni e ulteriori personaggi che subentrano come Bruno Vespa dopo un efferato delitto. Senza parlare della fotografia e della sete di vendetta incontrollabile che il fantasma di turno mostra di avere verso il genere umano in toto (che megalomani questi asiatici). Mi sono resa conto di:

1) provare una rabbia furiosa verso chi mi fracassa i coglioni e resta impunito.  Credetemi, adesso il mestruo non centra nulla. Alle volte ho davvero il desiderio di strisciare  come una serpe (in seno) sotto il letto del/lla malcapitato/a appostandomi a dovere per poi sbucare fuori a tempo debito ricoperta di salsa Conad e con una forchetta in mano. Immagine

2) istigare le forze maligne affinchè ciò che solitamente va bene mi vada di merda. E’, effettivamente, un talento che ho sempre avuto: non faccio altro che tirarmela da sola. Piu’ mi sforzo di essere accettabilmente una non disadattata sociale piu’ la scarpa del destino che mi coglierà in fronte sarà pesante, puzzolente e causa di disagio. Immenso disagio.

3) guardare foto vecchie e improponibili di amici restando allibita. va bene, questa è una dipendenza. Una malsana, fuori controllo e inconcepibile dipendenza. Appena posso, durante un periodo malinconico e ozioso (cioè quasi sempre) mi fiondo sul profilo della vittima e vado a ritroso negli album fotografici fino ad arrivare a immagini e/o video sconcertanti che mi shockano togliendomi il respiro in cerca, nel mio subconscio, di chissà quale malcelata verità. Magari semplicemente per dirmi “ah! vedi? da quando ci sono io nella sua vita ha un profilo piu’ interessante”. Non ho ancora capito bene perchè io perda il mio tempo in questa cosa da psicolabile, ma infondo cazzeggio cosi tanto che una cagata vale l’altra e poi la sensazione che mi da spilucchiare in cerca di foto orrende è uguale a quella di una bella grattata in risposta ad un violento prurito. Aggressiva e dolorosa grattata. Immagine

4) essere incoerente ai limiti dell’umano. I colpi di scena mi sono sempre piaciuti, ma cinema e sceneggiature ora non centrano un cazzo. Un buon regista non può fare assolutamente nulla contro una paranoica visionaria. Ho passato mesi a crogiolarmi nelle mie indecisioni dovendo fare scelte importanti o meno, il dissidio tra la parte ottimista e tollerante e quella stronza e opportunista è una costante della mia vita. Nonostante mi sforzi di essere una persona migliore ogni giorno, magari vegana e con una ammirazione sviscerata per Terzani, il mio lato oscuro vince sempre. Cosi finisco per trangugiare spinacine, abbondare di maionese e bere superalcolici affogando nel’incoerenza. Immagine

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Velleità

Mi è capitato di vedere, accesa la tv e aspettando la pizza a domicilio, la prima puntata di “sex and city”.

Si, ovviamente il celeberrimo telefilm sul sesso e le donne e New york e il sesso.

Telefilm che io, ovviamente, ho visto.

Ma la prima puntata cosi senza preavviso mentre chatto con Malpela del ragazzo che la tampina senza il minimo ritegno ha avuto un significato particolare. Come una cagata di piccione la mattina che indossi per la prima volta il vestito nuovo per il matrimonio di tuo cugino, tipo. Il momento in cui ti fai una domanda esistenziale e la risposta è una cagata.

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E in tutto ciò sono rimasta colpita non solo dall’estremo quanto strano gusto discutibile del vestire di Carrie Bradshaw agli inizi degli orridi anni ’90 ma anche dalla scena che proprio in quel momento ho beccato. La cagata di piccione.

Samantha che dice a Carrie di non preoccuparsi perchè, cazzo, “lascialo perdere! credimi, tra qualche anno le fiancate dei pullman avranno TE e tutti vorranno parlare con te” che poi è lo stesso concetto che io, per l’appunto, cercavo di trasmettere a Malpela in quel preciso momento.

Che non importa quanto ci pensi, quando ci pensi e perchè lo pensi. Prima o poi passerà. Prima o poi scivolerà infondo allo stomaco quella sensazione di cotta adolescenziale perenne.

Nel frattempo, come diceva Woody Allen, “la vita è piena di difficili domande ed il sesso può dare ottime risposte” per questo, quando succede di trovare il tipo che io chiamo cozza, perchè come una cozza ti tampina e ti riempie di attenzioni come uno stalker, forse è il caso di farsi delle domande e di chiedersi se il gioco vale la candela. O se la candela vale il gioco.

Quelchecazzoè.

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Ho sentito dire (e magari si, lo avrò detto anche io) che “non esistono piu’ gli uomini di una volta“. Questa frase io, che sotto sotto ancora non ho ben capito a cosa minchia alluda, l’ho sempre interpretata come un “non ci sono più gli uomini sicuri e senza mestruo di una volta”. Che non è che uno deve necessariamente puzzare, avere un chilo di barba o bicipiti sporchi di benzina, un sorriso strappamutande e la schiettezza vanno già benissimo.

E mi sono chiesta “perchè ci si deve ridurre cosi? perchè smaronare con chiamate e chattate e attacchi di ansia ossessivo compulisivi come una donna gravida e ormonosa? Eppoi perchè dargliela?” forse, la risposta a queste domande non esiste.

Non esiste ancora l’antidoto contro la solitudine, la tristezza e la paura.

Non esiste ancora qualcosa che ci protegga dalle velleità che, personalissime, ci attanagliano ogni giorno. Le velleità che vorremmo che velleità non fossero: essere una donna matura, essere davvero indipendente, essere un uomo sicuro, saper non legarsi e mentire bene a se stessi.

E tra le velleità mi ci metto anche io, che solo perchè ho avuto il gran culo di trovare la persona giusta in casa mia, che è entrata prima in casa sotto il mio stesso tetto e poi si è installata dentro come una periferica USB che inizia a funzionare da sola, senza bisogno dei driver nè di istruzioni, a volte faccio la stronza.

La realizzata che sa di poter dare il consiglio giusto al momento giusto alla persona giusta.

Mi viene da ridere solo a scriverlo.

E sono cattiva, e dico “puoi avere di meglio! ma scusa, ma non ti fa pena uno cosi?” che non capisco cosa voglia dire fare pena nè tantomeno darsela la pena aspettando qualcuno che smetta di farti pensare a qualcun altro che tutti hanno capito che era sbagliato ma che poi alla fine sbagliato che vuol dire? sbagliato per chi? sbagliato perchè?

Alla fine le velleità “aiutano a scopare” ma non ti danno da mangiare. Non saziano, ti lasciano un vuoto dentro e io che l’amore l’ho trovato e mi abbuffo di sguardi, di sorrisi, di gesti, di mani strette sotto il piumone finisco per vomitare i miei giudizi sulle angosce degli altri.

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Sono emotivamente bulimica.

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Imbecille di sera, bel tempo si spera.

L’Italia è un paese che sta affondando.

E’ chiaro al 90% della devota popolazione.E non è per la politica demmerda, le canzonette trite e ritrite o l’alluvione nazional popolare che si ripresenta scontata come i Saldi a Natale. Affonda per la totale mancanza di professionalità. Non c’è la qualità dei servizi nè la professionalità in qualunque attività svolta.

Per questo io, quando devo farmi i cazzi della coppietta in evidente crisi che sbraita sotto il mio balcone voglio farlo con la massima professionalità. E infatti con molta nonchalance sono scivolata all’angolo della ringhiera a passo di leopardo sfilando l’immancabile nonchè insostituibile sigaretta scenica e mi sono goduta l’intensa conversazione, dal primo grido all’ultima bestemmia. Smadonnamento incluso.

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E mentre la sigaretta si accorciava e la mia cenere finiva nei vasi di terra che una volta erano rigogliosi di vivido verde (si, la botanica per me è un’utopia), riflettevo su quanta imbecillità ci sia nella vita di ogni donna dotata di ovaie e ormoni annessi.

Nella vita di ogni piccola, dolce, tenera pargoletta in fiore ci sarà un imbecille patentato. Come il vaccino. Ci siamo passate tutte. E’ il ciclo della vita.

Ci sarà un coglione che ci farà aspettare 50 minuti  perchè ci sta provando difronte la tua comitiva intera con l’ Adriana Lima de noiartri nonostante lei non gliela voglia dare nè in questo nè in un mondo parallelo, ci sarà un demente che dopo non averci visto per una settimana ci chiederà se abbiamo intenzione di andare in palestra, e si, ci sarà un deficiente che ci rinfaccerà anche solo il minimo nascosto ed implicito gesto di affetto nei nostri confronti con frasi come

Scusa,  so che hai il ciclo e la febbre e si vede che stai molto male, però dato che ho cucinato tutto io

potresti lavarli tu i piatti? non voglio che i tuoi coinquilini pensino a me come un tuo servo.

Forse, la semplice verità in tutto questo miasma post-infantile di emozioni inconcepibile è che c’è una fase in cui, a noi donne moderne ed emancipate esticazzi, l’imbecille piace.

Lo vogliamo. E lo cerchiamo. E nonostante tutti gli avvisi, gli “out” che la nostra psiche e i nostri amorevoli amici ci mettono sotto il naso noi, convinte come una presentatrice Avon e decise come Vanna Marchi  lo scegliamo tra tutta quella che ci sembra una schifosa normalità equilibrata e tranquilla e lo prendiamo con noi. Lo facciamo nostro proprio.

Lo facciamo nostro con frasi che scioriniamo agli amici dicendo (a noi stesse, in primis) quanto sia in realtà dolce, romantico, intelligente e sensibile con noi. Descrivendo bellamente uno sconosciuto. La cosa più inquietante, dopo le idiozie e le cattiverie gratuite che siamo in grado di assorbire come tappetini di spugna messi sotto il lavello del bagno, è che molto semplicemente c’è un momento, nella vita di ogni ormonauta che per accettarci, per sentirci convinte di noi stesse e sicure, ci autopuniamo con relazioni masochistiche che hanno come protagonista un imbecille che non ci vuole ma che, nella più ottimistica e assurda delle ipotesi, ci risolverà i traumi regressi con Papà se ci sentiremo stimata e desiderata dal Lenny Kravitz di turno: un cafone menefreghista ed ego dipendente. L’imbecille, appunto.

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Che poi, parliamoci chiaro, vivaddio questa magica intesa univoca svanisce se si è particolarmente fortunate nel giro di qualche mese. Per semplice sfinimento emotivo della vittima e per rottura di coglioni del machoman. Se si è particolarmente fortunate.

Io che sono “diversamente sfigata” ho sopportato tre anni di autoerotismo: la relazione, alla fine dei conti, l’avevo con me stessa.

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Un mese fa l’abbruttimento avuto difronte la tv e la costanza con cui, meticolosamente, guardavo una rete becera come Mtv mi ha fatto scoprire un’interessante telefilm che parla di ragazze un po’ trash un po’ chic con vena sarcastica pronta all’uso intente a vivere la vita in una New York imprevedibile. L’imbecille di turno non poteva mancare.

Anche in questo caso, davanti la tv depressa, sola e mestruata, non ho fatto a meno di analizzare la situazione in cui la protagonista grassocciamaconstile intrattiene questo mènage con un beota simil palestrato mantenuto dalla nonna. Perchè stare con uno che “gratta il mio cuore come fosse cibo per cani”?

Per nevrosi, stanchezza, voglia di pensare ad altro mentre arranchi in te stessa per distrarti e non volerti conoscere meglio senza dover pensare a quanto ti sta sul culo non riuscire a trovare lavoro. Tutte motivazioni in cui abbiamo sbattuto il naso.

In attesa della fine, della partita che ci sfiancherà e ci lascerà boccheggianti e agonizzanti al suolo, dovendo ammettere di aver toppato alla grande, di aver costruito qualcosa che non c’era e che non c’è mai stato. Inseguendo l’ossessione di poter essere madre, infermiera, segretaria e psicologa. Sperando di riuscire a svincolarsi da questa colla umana che ci tiene legati con il senso di colpa.

Raccogliendo improbabili ombrelli per la strada.

Aspettando comunque il bel tempo.

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