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Scusa ma ti chiamo “Gay”

Sono varie ed eventuali le cose che, nella vita di tutti i giorni e pur avendo discrete esperienze, non ho ancora capito.

Dopo tre anni di coinquilinanza ancora non ho capito se quelli che facciamo a casa sono “tardopranzi” o “prestocene“.

Non ho capito se Monti, quando parla di abolire il contratto indeterminato e aumentare l’età pensionabile ci stia prendendo per il culo tutti facendo tornare di moda le candid.

Non ho capito perchè certi tipi di uomini sono fatalmente attratti da certi tipi di donne dolcemente complicate e fatalmente troie.

E, soprattutto, non ho capito perchè non certi tipi di donne ma tutte sono attratte, almeno una volta nella vita, da un gay. Per gay intendo proprio gay. Non ragazzi spesso molto felici e contagiosamente gioiosi. Gay.

Omosessuali. Filoverga e/o filoderetano. Cultori del manganello anarchico. Un gay che sfoggia tutto il suo carisma, il suo carattere, il suo gusto inconfondibile di vestire, la sua sensibilità e la sua disumana gentilezza.  Che ci farà impazzire con i suoi complimenti sempre azzeccati e i suoi amorevoli consigli.

E no. Noi non lo riconosceremo.

Ci illuderemo che esistano uomini virili capaci di saper abbinare in maniera egregia l’arancione e il giallo.

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Nella mia turbolenta quanto demenziale vita post adolescenziale, la cotta “pro gay” mi è capitata.

Mi è capitata con un amico stretto di Malavoglia, amico con cui è cresciuto e del quale lui, molto piu’ sveglio e attento della sottoscritta qui scrivente, aveva già “capito tutto”. Lui si chiamava Walter (mai nome fu piu’ esplicito di questo in questo particolare caso) ed era alto, bellino, sempre ben curato e ben vestito con un aggraziato nonchè affabile modo di fare.  Sapeva abbinare benissimo il verde acido con tutto.

Il verde acido. Colore che nemmeno la reincarnazione di Versace che sposa Valentino saprebbe infilare in modo entusiasta in una collezione di pret a porter. E io, che credevo nel principe azzurro dai modi educati contro il rutto libero del sabato sera ero convinta di aver trovato il ragazzino che faceva per me, prima che Malavoglia esprimesse il suo totale dissenso dicendo, in maniera molto romantica :” che cazzo deve fare per farti capire che gli piace la ciola? mettere l’immagine del miominipony come foto profilo?”

E aveva ragione. Aveva ragione per tanti motivi: perchè poi lo si sapeva un po’ tutti, perchè  a conoscerlo e pensarci bene col senno di poi era lampante con tutte quelle gioiose amiche pregne dei suoi consigli e perchè alla fine era solo uno snob molto gay e molto ricco. Che non centra niente questo con l’essere gay ma lo dico. Rivincita personale.

Che poi io, da persona che ormai è munita del “radar gay” non lo capisco quando le donne fanno quella faccia se dico “ma guarda che quello là è profondamente derataniano. Te lo dico io.”  Non lo capisco il motivo per cui nella mente di una donna non scatta il domandone “come cazzo è che questo si mette sulla testa i rayban con fare voluttuoso e sbuffa alla stessa maniera di Mara Venier dopo un’iniezione di botox?”

Non capisco il motivo di cotanta illusoria pretenziosità dell’aver trovato il ragazzo giusto/carino/bravo/talentuoso (de che?) che ti sorride e con una stretta di mano alla Carla Fracci ti dice “dobbiamo ASSOLUTAMENTE fare dello shopping insieme!”

Da notare l’ “assolutamente” inconfondibile del gay pro amicizie con ormonaute.

Perchè tra ormoni ce la si intende, sempre e comunque.

Il gay, esemplare inconfondibile della nostra fauna, ha subito una evoluzione sorprendente che, alla luce delle contraddizioni sociali post moderne e dei clichè mai cambiati lo rendono ancora piu’ inconfondibile.

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Negli anni ottanta, quando Pupo era il capo con il suo “gelato” e le sopracciglia erano LE sopracciglia, la fantastica collaborazione con Cristiano Malgioglio la faceva da padrone.

Ed il gay (felicemente dichiarato, si intende) non aveva paura di mostrarsi.

Ricordo ancora i Wham!, fantastico gruppo del leader George Michael: il conturbante macho che curatissimo e abbronzato manco uscisse da uno spot della Bilboa ancheggiava sexy e a ritmo cantando “wake me up before you go go“. E ditemi se non era esplicito con quel perfetto sculettamento.

Innumerevoli i pianti delle ragazzine deluse dal suo outing.

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Negli anni ’90 il gay prende piena coscienza di sè, si avvale dei suoi sacrosanti diritti (ancora non tutti riconosciuti) e si riscopre artista a 360 gradi. Sarebbe facile qui fare la battuta “e non solo a 90” ma io che sono una persona seria e piena di buoni sentimenti non la farò.

Assolutamente.

Si scopre poeta, regista, scrittore di successo e abbandona l’eccentricità dei ciuffi platino per maglioncini a collo alto e occhiali dalla montatura scura imitando l’outfit dell’insegnante di teatro sinistroide e sofisticato. Il radical chic è una loro invenzione.

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Diamo a Cesare quel che è di Cesare.

L’Omo Sapiens contemporaneo sceglie la via di mezzo tra la sobrietà e l’eccentricità: non ha particolarismi nel vestiario (salvo citare il mio amico Omoardo che ogni tanto sfoggiava camice di dubbio gusto che a lui piaceva definire “molto rococò davvero belle mi sento come Caravaggio”). Beato te amore mio che il coraggio non ti abbandona.

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Entra in politica sostanzialmente filosofeggiando con frasi dalla tendenziosa verbosità.

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E’ fiero di quel che è e non ha paura (quasi mai) dell’outing. Diventa il miglior amico della donna (surclassando il gatto, troppo mainstream) e conduce programmi dove diviene  giudice implacabile sul vestiario altrui e attento creatore di matrimoni etero (che in Italia ancora non gli è permesso sposarsi. Ahimè).

Stilata finalmente la lista del “perchè ti chiamo gay” ancora non capisco tutta questa diffidenza verso le ormonaute che ormoni differenti dai loro li riconoscono.

Li riconoscono senza la pretesa di sposarseli.

Sarà che tutta questa pansessualità, questa voglia di sentirsi tutti un po’ maschiacci e un po’ sensibili dentro, tutti un po’ completi ma sempre alla ricerca di qualcuno, tutte un po’ femministe che alla fine cercano solo il poveretto che le porti la colazione a letto ci stia rincoglionendo nel piu’ vero senso della parola?

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Ormonauta

E’ solo premestruo (ed è solo l’inizio)

Ne sono totalmente immersa.

Ormai il mio blister parla chiaro: sono in fase premestruale acuta. Le pillole sono state rigorosamente e diligentemente ingurgitate tutte e 21 e non mi resta che aspettare pazientemente che accada l’inevitabile. La prova che nonostante le tragedie accadano costantemente su questo pianeta io, Miranda Priestly in jeans, non darò alla luce nessun Anticristo.

Tornata a casa con una fame animale, perennemente incazzata e fornita dalle solite tette insignificanti che per l’occasione urlano dolore manco fossero i meloni della Anderson, mi sono chiesta come la fauna da cui sono circondata si renda inevitabilmente conto di quanto mi sta accadendo e di come sia importante starmi alla larga onde evitare qualunque violenza gratuita e ferita da taglio causata da me medesima prendendo nota di tutti quei segni distintivi che caratterizzano il premestruo spuntando fuori all’improvviso, come funghi dopo una giornata uggiosa.

Mangiare come se non esistesse un domani: Sono mesi, settimane, giorni che dico alla Kate Moss che alberga nel mio profondo IO (tra il fegato e il pancreas) quanto sia giunto ormai il momento di uscire allo scoperto. Ed il momento propizio è questo Natale, in presenza del parentado e di mia madre che, a discapito della credenza diffusa sulle madri terrone e le loro abitudini di volgere “all’ingrasso” le vacanze dei figli fuorisede mi ha sempre messo addosso il terrore di ingrassare, mi redarguisce appena tocchi qualunque cosa di lievemente carboidratoso e, di tanto in tanto, mi instilla complessi aleatori anche a distanza dicendomi quanto la mia voce sembri quella di una grassoccia al telefono.

Tutti buoni propositi finiti inevitabilmente nel cesso e scaricati dal mio impotente senso di colpa: all’arrivo dell’ondata ormonale progesteronicamente faraonica io, il pane e la pasta siamo diventati amici per la pelle. Mi ingozzo come un tacchino prima del “giorno del ringraziamento” (che per me sarà l’incontro fatidico con la mia vagina generatrice) come se non esistesse altro che il momento esatto in cui addento una focaccia ripiena, una fetta di pane e nutella o, tanto per cambiare, ingollo una forchettata di amatriciana. Cibo che, ovviamente, non passerà nemmeno per l’esofago stanziandosi comodamente sulle mie chiappe. Voilà.

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L’Ira funesta: Non c’è cosa, bipede, animale o vegetale che non mi faccia incazzare in questo momento. Vi odio. Tutti. Indistintamente. Siete utili e assolutamente indispensabili come il ri-avvento di Berlusca nella politica italiana. Ovviamente invece di fare mea culpa scaricare tutta la responsabilità per questo miasma di cattivissimo umore sugli ormoni, da brava ormonauta, è la tattica che più mi si addice. E tanti saluti a chi mi definisce una strega senza pietà se, in questa fase, il quadrupede scodinzolante che vive sotto il mio stesso tetto diventa un “cane del cazzo che fissa una farfalla del cazzo che non può scrafagnare perchè febbrilmente osservata“. Vaffangulo.

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Lo scazzo totale. Ben inteso: non che di solito io sia pervasa da una scintillante aura di iperattività. Anzi. Ma durante il premestruo la mia voglia di vivere, respirare, deambulare insomma semplicemente anche solo di sopravvivere va a farsi benedire.

Mood costante “ouff, non mi va.”  arricchito da frasi quali “perfavore, visto che stai uscendo, mi prenderesti…?” e “scusa, visto che sei in piedi, mi passi..?” come se l’energia fisica, organica e fisiologica dovesse andare al risparmio di pari passo con quella della luce. Che c’è crisi. Checcazzo.

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L’improvvisa voglia di sesso spinto: Vogliamo veramente parlarne?

Meglio di no.

L’improvviso sonno comatoso.  Posto che dormire mi piace, mi è sempre piaciuto tanto che la mia vagina generatrice asserisce da sempre che io sia nata dormendo (per riprendermi dalla strenua lotta alla fecondazione, credo) in questo periodo cado in sonni profondi e totali. Quando meno me lo aspetto. Si, lo so che esiste un nome per questa cosa insana e che il nome è “narcolessia” ma credetemi, se non si verifica eccezion fatta che nel premestruo è solo fase premestruale acuta. Un sonno travolgente e invincibile che contagia anche chi mi sta accanto, del tipo che improvvisamente anche la finale di X Factor con tanto di litigio Ventura/Morgan diventa soporifero. E chi mi è steso vicino si abbandona alle braccia forti e comode di Morfeo per poi svegliarsi nel panico più totale. Assicurato.

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Il brufolo da un chilo. Oltre alla vita di stenti, il “partorirai con dolore” e il ciclo mestruale in sè, dovevamo necessariamente avere anche questi bubboni pestilenziali sul muso? Davvero? Mi sembrava già abbastanza fornita di punizioni la lista del Creatore per noi ormonaute “siamocosidolcementecomplicate” senza dover aggiungere questa ottava piaga d’egitto carica di pus e dolorante.

E’ come se tutto l’odio, il rancore, la tristezza e il dolore si concentrassero in un unico piccolo poro facendolo esplodere. Dopo una settimana di evidente rossore e gonfiore incautamente mostrati in pubblico. Ovviamente.

Ora ho capito la poetica frase “le donne si portano il dolore del mondo”.

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La super super (e dico super) sensibilità. No dico, avete mai provato a parlare schiettamente con una premestruata? non fatelo. Se lo avete fatto e potete raccontarlo avviate una campagna di sensibilizzazione al non farlo. Assolutamente.

Un vulcano in eruzione. Mi sento sempre un po’ triste un po’ strana un po’ calda un po’ fredda un po’ tiepida. La tristezza mi assale come l’orticaria difronte una sfilata di Just Cavalli.  Piangerei per tutto. La cascata emotivamente esagerata più recente? Urlare al telefono con i miei “come-avete-potuto-non-aspettarmi-per-fare-l’albero” singhiozzando, nonostante la consapevolezza di arrivare a casa in culo a Babbo Natale cercando si spingere il suo grosso e rosso deretano festivo giù per il camino dei miei. Tempismo ineccepibile.

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Fashion Sadness

Tra il bianco e il nero c’è il “neromenonero”.

Chi lo avrebbe mai dettoArisa c’ha le palle.

Si è alzata convinta, con la sua frangettina vintage lievemente scomposta, ha urlato la sua indignazione, ha sbattuto la mano sul bancone infiammato dal “sacro fuoco” dei giudici increduli e interdetti.

Un’indignazione bella e buona, contro Simona Ventura, contro il qualunquismo della musica commercial italiana, contro il giudizio affrettato del pubblico troppo poco Indie, insomma contro e basta.

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E diciamolo, ci è piaciuto.

Ci piace l’indignazione alla “cazzonesò”, quella sobria ma non troppo, imbevuta di presunzione condita con un po’ di arroganza che spinge il talent show ad un livello più alto di share perchè è giusto quello che l’italiano con Sky televisorone e cazziemazzi cerca e vuole il week end.

Penso “cazzo! me lo sono perso! che rottura di coglioni” perchè l’indignazione spicciola fa sempre bene, ti fa subito l’effetto opinionist state of mind, telespettatore vivo ed ecco che la voglia di osservare smanioso la lite del momento ti spinge a sistemarti faccia a faccia col plasma esagerato e pop corn in mano. Studi scientifici fatti all’università di Calapricella dimostrano come si, godiamo delle liti, delle incazzature, di queste piccole malvagità che si sprecano pure tra condomini le prime settimane del mese (ma anche le ultime) e che goduriosi ci beviamo in tv.

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Godiamo di questo “neromenonero” che ci circonda, l’irosità in pillole, lo spettacolo del confronto un po’ violento e un po’ burino che, alla fine, non porta da nessuna parte ma fa notizia. Dopo il nuovo trend cromatico del greige, uno dei colori preferiti dai moderni designer e arredatori per le ampie e spaziose case urbane, poiché permette, tra le altre cose, di avere una base neutrale e allo stesso tempo calda, per fa risaltare gli altri colori che completano l’arredamento e bla bla bla, creato nientepopòdimenoche da Armani, mi accorsi che anche il “neromenonero” merita.

Merita per la leggera patina luminosa messa su borse che altrimenti sarebbero troppo stucchevoli con quel nero tono su tono, merita sulle scarpe che senza patina vellutata “menonera” della suola sarebbero troppo poco chic, merita nei comizi in piazza davanti questa massa di gente attenta e propensa al cambiamento che si bea di questo neromenonero nelle accuse litigiose del politicante di turno, il “meno peggio del peggio assoluto”. Moderni talk show dove candidati affondano in questa tonalità senza sfumature sparandosi a vicenda accuse a casaccio.

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La prima volta che dissi a voce alta “ma questo non è nero, è neromenonero, è diverso” Malpela, mia amica dai tempi delle Reebok versione “fluo” mi prese per il culo quaranta giorni e quaranta notti. Non riusciva a capire il perchè del coniare un colore che non ha senso e non esiste e tra l’altro sembra detto da una affezionata frequentatrice degli Alcolisti anonimi.  

Io, intanto, mi sono decisa: con tutto questo neromenonero molto radical poser da grande voglio diventare Matteo Renzi.

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Anche io voglio essere giovane dentro. Anche io voglio essere la promessa della politica, “l’astro del mattino e della sera”. Anche io voglio essere trendy e impegnata, politicamente corretta, elegante ma con semplicità e semplice con eleganza. Anche io voglio essere scelta come “meno peggio” del pessimo totale. Anche io voglio essere come la scarpa di velluto con banda neromenonera che scegli per essere classico ma non troppo con una costante e sottile indecisione di sottofondo.

Eppoi, lo dicono anche gli Afterhours:

“la mia generazione ha un trucco buono
critica tutti per non criticar nessuno
e fa rivoluzioni che non fanno male
così che poi non cambi mai
essere innocui insomma che sennò è volgare”

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