Fashion Sadness, politically uncorrect

Cagnezza mezza bellezza.

Mea culpa.

I cani non mi piacciono. Non mi piacevano quando, randagi, mi seguivano dalla scuola a casa e da casa alla pre-sbronza comitivale, non mi piacevano quando dovevo scansare l’odioso volpino isterico della buon’anima di mia nonna e non mi piacciono adesso invadenti sniffatori dell’altrui deretano.

Provo pietà però, questo si. Pietà quando il modello dell’arrivista tutta in tiro nelle cui vene botox e silicone si completano viene indicata e definita usando il sostantivo femminile di “canide”. Onnipresente.

Ovunque.

La cagna, per l’appunto.

La cagna è come il black, come il gay della compagnia e il Martini rose senza olive al localino cool con musica lounge di sottofondo: se non ce l’hai sei out. Se la conosci non la eviti. Te la tieni stretta perchè ti porterà lontano visto che “le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive ovunque” e le cagne anche a palazzo Chigi.Immagine

Inesorabilmente la cagnezza paga, questo è indubbio.

Mi è successo di vedere, nel negozio di animali in cerca di mangime “nutriente e vitaminico” per la cagna che vive sotto il mio stesso tetto trascinandosi maglioni demodè, un calendario fatto dall’ultima cagna (bipede) contro le pellicce. Perchè si, non avranno un gran cervello ma un grande cuore si. Ce l’hanno, eccome.

Ed è una delle caratteristiche che distinguono le cagne dal resto della popolazione mondiale. Vivaddio.

L’animalesca sensibilità animale.    Non è difficile incontrarle per la strada a manifestare contro “Anna Bella”, a decantare i diritti animali con cura e a storcere il naso incipriato dinanzi grigliate ben fornite. Tutto costruito e pensato nel minimo dettaglio e presentato usando una condivisibile e accattivante serietà (cioè che se io fossi animalista e mi vedessi la Brambilla a manifestare per ciò che penso e ciò che faccio qualche domandina inquietante me la farei).

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Diva e donna (e madre snaturata).      Nessuna cagna, nessuna rinuncerebbe mai ad una maternità. Nemmeno se vestisse solo di orride eco-pellicce alla gorilla scuoiato senza pietà trascinandosi dietro la povera creatura (non il gorilla, il figlio) e il compagno rimbambito. Nemmeno difronte la tremenda consapevolezza di stare rovinando una giovane vita. Nulla la distoglierebbe dalla maternità che avanza e che sta tanto bene su riviste patinate con foto un pò osè.

La spontaneità.     Loro non sono costruite, provocanti, scandalose. Sono “spontanee”. Vere.

E’ diverso.

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Il sentimentalismo storico.    E’ periodico. Ogni cagna che si rispetti, durante la vita, dopo una miriade di stronzate a bassa ripresa deve sciropparsi una bella intervista da una delle madrine del dramma catodico smarmellando la minchia con considerazioni banalmente sentimentali:

Si, lo so, ho sbagliato. Quando ti ritrovi in una brutta comitiva

è difficile capire cosa è giusto e cosa non lo è. E cosi decisi che

dare la mia sgnacchera a tre pornodivi difronte una telecamera

non era una idea cosi cattiva. Non sapevo che fare. Mi annoiavo.

Mi pare giusto, anche perchè diciamolo, combattere la noia con un bel primo piano sulla fregna indossando sistematicamente tre parrucche di colore diverso mi sembra una idea alquanto geniale.

Encomio a Sara Tommasi, che ora i vasi, comunque, ha deciso di non ciucciarli più.

Che ha capito cosa vuole e cosa non vuole, come essere figa e come non essere sfigata, quanto sia importante arraffare soldi nel corso degli anni sventolando via le mutande per non sentirsi una perdente. E nonostante tutto, credere nell’ Amore con la A maiuscola. Perchè il successo non l’ha cambiata, non le cambia mai. Ci nascono cosi.

Loro rimangono sempre “le ragazze della porta accanto”. Sono cosi, dolcemente complicate.

Che poi, nel profondo, c’è una cagna in ognuna di noi.

 

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Apologia del carboidrato

Succede.

Succede a tempi alterni, sempre quelle due/tre volte l’anno, quando magari si avvicinano le feste e dovrai rivedere il serpentino parentado o peggio, l’estate e i costumi indecenti di Calzedonia (con altrettante modelle indecenti e inumane) incombono e tu, studente fuorisede colpevole dell’ingrasso dopo una rapido “mea culpa” prendi la dolorosa decisione: ti metti a dieta.

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Una volta fatta l’irrevocabile scelta non resta che intraprenderla fino in fondo e, come diceva mio nonno “l’importante nel fare le cose è l’atteggiamento con cui si affrontano”.   Sostanzialmente ci sono quattro tipi fondamentali di eroi con il physique du rôle degli irriducibili del dimagrimento a tutti i costi, ovvero:

I Tibetani: affrontano la dieta con la pace interiore che li contraddistingue.

Inutile tentarli: puoi anche portarti a casa tutto il rotolone unto e bisunto di kebab con kebabbaro sorridente incluso, nulla li distoglierà dall’obiettivo prefissato. Riescono a includere nella loro dieta i principi naturali del benessere, i cereali e lo yogurt al 100% bio che rispetta il pianeta, biodinamico, amico delle piante, con latte munto direttamente dal nonno di Heidi. L’istinto omicida non li sopraffarrà.

Ben inteso che difronte cotanto equilibrio mentale io mi inchino.

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I rancorosi: Si, va bene, lo fanno. La dieta la iniziano, ci si impegnano pure ma guai a provocarli o a scartare un pacchetto di M&M’s sotto il loro raffinatissimo naso: la vita potrebbe diventare molto difficile e dura.

Per tutti gli inquilini. La loro dieta è fondamentalmente a base di rabbia, lacrime e sangue. Ogni tanto ci scappa anche l’ormone e in quel caso il servizio di cronaca nera dell’ultim’ora sul Tg5 è davvero dietro l’angolo.

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I fashionist: Per loro la dieta non è semplicemente un mezzo per calare di peso, è un modo di essere.

Costantemente controllati ed estremamente soddisfatti della scelta fatta, si tuffano felici in un mare di proposte dietetiche: dalla Dukan alla Planck, da quella a base di carciofi a quella completa di stella marina e zoccoli di bue muschiato. Sono informatissimi e passano da una proposta all’altra con incredibile euforia.

Ovviamente sono i principali fautori dello strepitoso successo dell’ultima trovata del marketing Kellogg’s: ogni mattina anche loro cambiano colore in pendant con i cereali e la frutta che versano serafici nella tazza.

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I cheerleader: Loro non solo la fanno, la propongono, la studiano e ci fanno anche un progetto di propaganda politica sopra: sono gli ufficiali PR delle diete. 

Si autogasano, sono ultra convinti della scelta che hanno fatto e già si vedono magri e baciati dal sole su spiagge caraibiche con in mano un cocktail (rigorosamente gluco-free) a godersi la meritatissima vacanza anti-carboidrato.

Il loro slancio è ammirevole: sono in grado di programmare diete rigorose e di rispettarle con onore (salvo arrivare al giorno fatale in cui, sopraffatti dal dolore, abbandonano le trincee della resistenza per tuffarsi nel peccato che manco Nanni Moretti in Bianca.)

Tendono purtroppo a perdere l’entusiasmo per la strada fiaccati dalla stanchezza degli intensi primi giorni.

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Per quanto mi riguarda io, che dedicherei “io che non vivo senza te” alle lasagne al forno e sostengo con ardore che Chaplin nella sua celebre citazione non intendesse il sorriso ma la pasta,trovo le diete una rappresentazione della quintessenza del male puro. Un chiaro esempio dell’esistenza di Belzebù e del tormento demoniaco.

La situazione peggiora ulteriormente se alla dieta viene unito il “fare un pò di movimento”: altra espressione fallace perchè ad un’attenta analisi spostandomi dal letto al divano con il telecomando in mano faccio già un “pò di movimento” e non è certo lo stesso “movimento” che mi fa spruzzare acido lattico da tutti i pori sudata e in preda a convulsioni dopo 50 Km di tapis roulant con la lingua penzoloni manco fossi un San Bernardo a Cervinia.

Ai barbiturici preferisco decisamente i carboidrati.

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