Imbranati si nasce

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Estate del ’97. La palla vola verso di me, un impeto improvviso e innaturale di volerle andare incontro mi pervade, voglio prenderla, farle cambiare direzione. Il bagher da dilettante espone troppo le ossa giovani e spigolose del mio polso che rilanciano la bomba fuori dalla portata di qualunque bipede facente parte del cerchio formato nel cortile della scuola. Finisce sul tetto, incastrata tra le tegole e la grondaia.

Dallo sguardo delle mie compagne di classe capii che la pallavolo, come direbbe Venditti, non sarebbe mai stato “il mio mestiere”. Figuriamoci l’hobby.

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Io ci ho provato. Lo giuro. Nonostante la noia mortale e le leggi della fisica apertamente violate ho visto almeno un quarto di Mila e Shiro, riuscendo, negli anni, ad avere al massimo la capigliatura di lei. Ho provato a far canestro decidendo di darmi al Basket e di bazzicare in un campo da gioco semi-serio malgrado le escoriazioni e i vari incidenti di percorso (letteralmente parlando) sulla mountain bike, mentre le suddette palle venivano casualmente tirate tra le ruote della mia prima bici, quella seria, traumatizzandomi.

Ho provato anche a darmi alla ginnastica, quella artistica e quella ritmica. Difronte l’incompatibilità di carattere che si fomentava di anno in anno tra me e le malefiche sfere i miei non potevano far altro che arrendersi all’evidenza e affidarsi all’ultima spiaggia: il corpo libero e i nastrini colorati.

Peccato che il duo poco professionale che impartiva tronfio lezioni di “armoniosità” fosse formato da una nevrotica anoressica perennemente affamata e di conseguenza amichevole come un dobermann chiuso in un sacco per tre giorni e da un pedofilo mellifluo e palpeggiante a oltranza. Ragion per cui il mio attrezzo preferito non era la cavallina.

La costanza con cui i miei insistevano sul fatto che dovessi fare uno sport a tutti i costi dipingendo l’immagine inquietante di una me adulta emarginata e disadattata (che, a volte, mi rispecchia tutt’ora) ebbe l’effetto contrario: allontanarmi da qualunque attività di tipo fisico prediligendo la scrittura e la lettura. Era facile e lo è ancora. Scrivendo non finisci per dire stronzate (questa regola non vale per tutti), hai bisogno di pensare, gli equivoci non esistono e, di conseguenza, mi evito figuraccie atomiche che io amo definire alla Susan Mayer o alla Bridget Jones che spesso costellano la mia vita.

Io non lo so cosa ho fatto di male per nascere imbranata. Nemmeno i miei lo sanno.

Perchè imbranati si nasce.

Ve lo dico io.

La continua sollecitazione a non esserlo non fa altro che aumentare questo effetto fenotipico impossibile da mascherare, come una fontana che esplode. Un chiaro esempio di questo fenomeno epigenetico erano le serpeggianti e malcelate offese di mio padre appuntate li cosi, giusto per ricordare quanto io non sia il modello di figlia che immaginava e che, credo, ogni genitore abbia nascosto nel cassetto della biancheria intima, tra i buoni propositi andati a male e le speranze perse.

Le sue erano sempre le solite risposte a mie considerazioni di tipo generico, che variavano dal tempo alla condizione politica dello stato: “vedi? questo succede perchè non hai mai voluto fare sport.”

Vi state chiedendo “ma che cazzo c’entra”? Bravi. Benvenuti nel club.

L’imbranato, di per se, ha molta immaginazione. E’ un sognatore. Si adatta alla realtà che lo circonda molto bene ma finisce sempre per vivere qualunque avvenimento come se lo raccontasse in terza persona, spesso armato di sarcasmo e ironia a sprazzi.

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Sicuramente non molto pratici e un pò nevrotici compensano la mancanza di agilità e flessibilità con una buona dose di ottimismo accompagnata da particolari velleità letterarie, e quelle aiutano sempre. Fidatevi.

Mi piace pensare che la condizione irreversibile degli imbranati fornisca loro una marcia in più, una sorta di resistenza a determinati contraccolpi morali ed emotivi, come l’anemia falciforme e la resistenza alla malaria. Scusate, deformazione professionale.

Cult la frase pensata difronte un ostacolo imminente politicamente scorretta (e anche sintatticamente, malgrado le velleità di cui sopra): “c’è chi può e chi non può. Io può”.

E si, lo dico anche io.

Molto spesso.

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